Gli Americani adorano fare studi sugli argomenti più disparati, non tutti fondamentali a dire il vero. Un gruppo di studiosi del dipartimento di psicologia dell’Università della California ha pubblicato sulla rivista «Social Psychological and Personality Science» uno studio dal quale risulta che per 52 minuti al giorno facciamo gossip.

Con il termine “gossip” gli psicologi californiani intendono l’attività di “parlare di qualcuno che non è presente”; spettegolare, per chi non ha dimestichezza con l’idioma californiano.

Il tempo dedicato al gossip è poi stato analizzato in funzione dei contenuti, evidenziando che tre quarti sono dedicati a chiacchiere innocue, ma un quarto del tempo lo riserviamo ad esprimere giudizi di valore.

Questa dozzina di minuti è caratterizzata da quattro minuti di considerazioni benevole o affettuose e otto minuti di perfidie e cattiverie.

Dal punto di vista sociologico è doveroso sottolineare che i risultati dello studio manifestano una trasversalità che interessa tutte le età e le classi sociali. Ricchi e poveri, giovani e anziani spettegolano in egual misura.

Dal punto di vista morale, invece, è utile evidenziale che se otto minuti sono il tempo totale passato a sparlare di qualcuno nell’arco delle ventiquattro ore, la giornata è stata davvero sprecata.

Spettegolare, sparlare, spargere zizzania sono attività che non è giusto che siano relegate a pochi minuti in tutto.

Il pettegolezzo in sé consiste a volte nella diffusione di notizie vere, assai più spesso nella diffusione di notizie vere, ma distorte, e, nella stragrande maggioranza dei casi, nella diffusione di notizie verosimili, ma totalmente inventate e, possibilmente, gravemente lesive dell’immagine del malcapitato bersaglio delle medesime.

I numeri lasciano supporre che nel campione statistico preso in esame dagli psicologi californiani non siano presenti molti italiani di provincia. È infatti nei paesi e nelle cittadine della provincia italiana che si annidano i veri professionisti del gossip, coloro che hanno fatto del pettegolezzo un’arte. L’habitat preferito dal pettegolo è il bar, ma anche il circolo sportivo, la bocciofila o il negozietto possono essere ritenuti adeguati, alla bisogna. Per chi non ha potuto confrontarsi in prima persona con le dinamiche di relazione che comporta il paese è difficile comprendere come sia impegnativo sviluppare in maniera adeguata l’arte del pettegolezzo. Sono necessari anni di apprendistato prima di poter assurgere al livello di opinion leader da bar. Non ci si può improvvisare.

Nei bar di paese esistono figure che si dedicano alla nobile arte con impegno e dedizione, creando sempre nuove accuse da poter lanciare alla volta dei propri bersagli preferiti. Non è facile costruire l’impalcatura di contorno ad una maldicenza, senza la quale la credibilità della maldicenza stessa viene meno. Bisogna prima di tutto individuare la vittima contro cui scagliarsi; poi bisogna inventarsi un contesto adeguato, infarcito di dettagli veri o, quanto meno, verosimili; poi si devono spargere in maniera sapiente piccole cattiverie non verificabili, preparatorie della perfidia vera e propria, che deve giungere al momento giusto, quando l’attenzione dell’uditorio è al culmine.

Un pettegolo da bar è un artista, alla stregua di un attore che recita un monologo. Uno di fianco al bancone, l’altro sul palco, hanno ambedue il comune obiettivo di conquistare il pubblico attraverso la propria arte oratoria, per ottenere l’applauso finale, reale o metaforico. Ambedue trovano la loro ragione esistenziale in quell’applauso finale. Ambedue hanno difficoltà a confrontarsi con la vita reale, avendo costruito la propria esistenza sulla finzione scenica e solo mentre fanno vivere la propria arte riescono ad esprimere pienamente sé stessi.

Ma nessun attore accetterebbe di portare in scena uno spettacolo di soli 8 minuti. Come si potrebbe pensare che lo faccia il pettegolo professionista? Forse i pettegoli americani si accontentano, ma i pettegoli nostrani, per arrivare dove sono arrivati, hanno dovuto esercitarsi per ore e ore ogni giorno della loro vita.

Otto minuti possono forse bastare ai dilettanti, ma ai professionisti non bastano neanche per il riscaldamento prima dell’esibizione

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.

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