orologiohollandeQuello che sta accadendo in Francia merita attenzione. Non mi riferisco ai campionati europei di calcio, che riceveranno già abbastanza copertura mediatica, bensì alle manifestazioni e agli scioperi che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di francesi contro la riforma del code du travail.
Sotto accusa la proposta del governo a guida socialista di introdurre modifiche pesanti nella gerarchia delle norme contrattuali, favorendo gli accordi aziendali rispetto ai contratti collettivi nazionali: una norma che aprirebbe la strada a disparità di trattamento tra i lavoratori di zone diverse del paese. In una Francia ancora scossa dal pericolo terrorismo e con una guida sempre più goffa e quasi certamente avviata alla sconfitta, centinaia di migliaia di lavoratori e studenti scendono in piazza, radicalizzando lo scontro con il governo e minacciando di paralizzare i trasporti e le città proprio in occasione degli europei di calcio. Le proteste ormai vanno avanti da settimane: partite con il movimento spontaneo denominato “nuit debout” si sono allargate e oggi vedono coinvolti sindacati, cittadini e studenti.
Quello che mi ha colpito di più è il confronto con quanto accaduto in Italia: anche da noi il governo aveva ritoccato al ribasso lo statuto dei lavoratori. Le modifiche erano contenute in quel Jobs Act che al di là dei primi declamati risultati ha dimostrato di produrre modesti effetti sull’occupazione, che non compensano tuttavia il vulnus operato sul versante dei diritti dei lavoratori, oggi più fragili di fronte ai datori di lavoro che vogliano licenziarli. Eppure, in opposizione a questo provvedimento è stato proclamato un solo sciopero generale e poche sono state le manifestazioni di piazza.
Difficile spiegare questa differente reazione: i governi sono entrambi di centro-sinistra (in Italia ormai il trattino è d’obbligo); la crescita è modesta di qua e di là d’Alpe; e povertà e disagio sociale non accennano a diminuire in ambedue i contesti.
Eppure da noi le proteste si sono fermate sui media o sui social network. Paese di “leoni da tastiera”, si potrebbe scherzare, alludendo alla sbornia che ha contagiato tutti coloro che hanno un’età compresa tra i 18 e 65 anni. Ma c’è poco da gioire. Perché dietro l’illusione che la rete possa sostituire la dimensione fisica della sfera pubblica, c’è la fine della politica.
Sono i corpi che fanno la politica, interagendo nello spazio urbano. Lo spazio digitale non si trasforma in politica se non ha un collegamento con gli spazi fisici della vita reale. Lo abbiamo visto qualche anno fa con il movimento Occupy Wall Street – Sanders non parla forse a quelle persone? – e in piazza Tahrir. Lo vediamo oggi nelle piazze di Parigi.
L’Italia invece sembra un paese dove la politica è sospesa. Gli spazi delle città sono desolatamente vuoti di politica (ma sono sempre più pieni di eventi a carattere commerciale, dove a prevalere sono la logica della loro privatizzazione e del mercato). Questa sospensione apatica della politica preoccupa più della situazione opposta, perché non esclude che prima o poi il disagio e la disaffezione trovino sbocchi (e guide) più pericolosi. Per questo sarebbe necessario che la sinistra – non solo quella politica – tornasse ad occuparsi, studiare, frequentare e animare gli spazi della città. Perché è in e da quegli spazi, dalle pratiche d’uso, dai modi di costruirli e dalle relazioni tra i diversi corpi che li vivono, che si fa e si rifonda la politica. La sinistra – anche qui in Italia – deve capirlo se vuole ricostruire il suo insediamento sociale e rispondere alla crisi di legittimazione che l’ha colpita. Ma non c’è ancora molto tempo: siamo già in zona Cesarini.

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Cristian Pardossi

Classe ’81, negli ultimi quindici anni mi sono occupato principalmente di politica locale, avendo ricoperto ruoli politici e amministrativi a livello provinciale e nel Comune in cui risiedo. Conclusa quella parentesi nel 2014 mi sono cercato un lavoro e ho avuto la fortuna di trovare quello che mi piaceva di più. Oggi mi occupo di partecipazione, ricerca sociale e politiche pubbliche all’interno di Sociolab, una cooperativa che da dieci anni si è affermata in questo settore. Studi classici e una Facoltà di Scienze Politiche interrotta all’ultimo km ma con propositi di concludere più prima che poi, mi piace leggere saggistica e coltivo da sempre il sogno di scrivere. Governo del territorio, ambiente, partecipazione e beni comuni sono i temi “del cuore”. Pubblicista dal 2004, grazie ad una collaborazione di quattro anni con la mitica RadioQuattro.

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