Sembrava uscita dalle pagine di George Amado tanto “…..non camminava ma ballava…”. Il suo andare ritmato e allegro faceva voltare gli abitanti del quartiere di Santa Croce, e la sua presenza era come un faro nelle giornate buie o una ventata d’aria fresca nei pomeriggi afosi; al suo passaggio lo sguardo rimaneva assorto e muto e poi, una volta scomparsa, rimaneva il suo profumo, non quello dei grandi stilisti, ma quello fresco e radioso dell’aria buona nelle giornate di primavera.
Si era così, Lucia sapeva di primavera.
Si vestiva nei modi più diversi, abbinando colori e fogge in modo particolare, ma sia che indossasse lunghe gonne colorate, sia che portasse maglie corte con buona parte dell’ombelico scoperto, era sempre elegante, come può esserlo solo chi non ha bisogno di indossare capi firmati. I colori poi parlavano di lei e il modo di acconciarli insieme la rendevano unica, allegra, anche nelle giornate di pioggia.
Abitava all’ultimo piano di un casa di Borgo Allegri, quasi in Piazza dei Ciompi. Gli abitanti del condominio se l’erano vista capitare all’improvviso in quella casa lassù in alto, dove nessuno voleva andare ad abitare per via degli scalini, “fino al cielo”, dicevano, e subito era piaciuta a tutti.
A Lucia piaceva quella casa perché da lì si vedevano i tetti e “sono i tetti”, diceva, “che raccontano le storie degli abitanti, e ribollono della loro vita”.
Così ogni giorno si faceva di corsa le anguste scale fino alla sua reggia, apriva la finestra, e si godeva i tetti di Firenze.
Gli altri condomini invece godevano del suo passare, senza che nemmeno i giovanotti più arditi avessero il coraggio di chiederle di uscire o anche solo di fermarsi per un caffè. Era fatta così Lucia, faceva innamorare tutti, ma allo stesso tempo incuteva nelle persone un tale sacro rispetto, che nessuno si permetteva di avvicinarsi troppo.
Di lei si sapeva poco, era sempre sola, certo non triste, e quando tornava a casa dal mercato aveva con sé mazzi di verdura che portava come fossero  fiori, se li abbracciava e ci metteva il naso dentro, fino a sentire l’odore della terra; era diventato così consueto vederla salire di corsa quelle lunghe scale strette annusando mazzi di spinaci o corolle di carciofi, che in molti l’avevano soprannominata, la bella Spinacina.
In quel periodo Santa Croce era un quartiere difficile, popolato da una grande varietà di persone, anziani, stranieri, italiani venuti a stare nel centro di Firenze per ragioni di lavoro, e in questo coacervo di lingue e usi, Lucia si era inserita al meglio, e aveva finito per avere la funzione di collante: quando si trattava di lei tutti erano d’accordo, portava allegria e la sua allegria era contagiosa così come la sua indole generosa e serena.
Era considerata una portafortuna, una ventata d’aria pulita in un mondo difficile.
Fu perciò un dramma quando, all’improvviso, scomparve. Così come era arrivata se ne andò, lasciando un vuoto lacerante nel quartiere.
Ci furono giorni in cui non si parlò d’altro, si cercarono le ragioni di tale sparizione, la si aspetto e si pensò anche di andarla a cercare, fino a quando fu evidente che non sarebbe più tornata.
Si diffuse allora un senso acuto di tristezza e smarrimento e questa sensazione perdurò a lungo, nei cuori dei Santacrocini, fino a quando il piacevole ricordo di lei ebbe il sopravvento, e tutti seppero che la storia di Lucia, vera o presunta che fosse, era destinata ad essere per sempre e per tutti, un ricordo che faceva star bene….

lucia
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Sabrina Sezzani

Da lettrice appassionata a scrittrice per passione: Fiorentina DOC lavoro per vivere ma scrivo per divertimento; la mia passione è raccontare storie di donne,e quindi, naturalmente, anche degli uomini con cui hanno a che fare…

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