La strada è musica. Forse Kerouac avrebbe da ridire, ma per me è così. La strada, o meglio l’autostrada, è l’occasione per ascoltare musica e per immergermi nei mei pensieri, complice il fatto che in auto sono spesso da solo o in compagnia di narcolettici che dopo pochi chilometri dalla partenza sonnecchiano tranquilli. Devo ammettere che in qualche raro momento di autocritica mi ha sfiorato il dubbio che i miei compagni di viaggio simulino stanchezza, ma in certi casi (quasi sempre, a dire il vero) è meglio non sapere la verità.

I lunghi trasferimenti autostradali, complice l’andatura da bradipo imposta dalla sapiente alternanza di autovelox e tutor che punteggiano l’Autosole, mi permettono di ascoltare tanta  musica.

Da parecchi anni.

La stessa musica.

Già, perché devo constatare che nei miei tragitti su e giù per l’A1, l’unica cosa che non è cambiata nel tempo è la musica. L’Autostrada è cambiata (tracciato, numero di corsie), il traffico è cambiato (intensità, distribuzione), l’auto è cambiata (anche se talvolta mi dispiace che non sia più la vecchia e adorata Alfa 75 Turbo America, con la quale mi divertivo parecchio alla fine degli anni ottanta), perfino la direzione di destinazione è cambiata (all’inizio “casa” era verso nord, dopo qualche anno “casa” è diventata verso sud), ma la musica che inondava l’abitacolo era ed è tuttora sempre la stessa: il glorioso intramontabile, sempiterno rock anni settanta (e, ma sì dai, anche anni ottanta).

Ne ascolto tanto, anche perché in quei due decenni, di buono, ce n’era in quantità industriale. Che sia il mio adorato Gabriel (con o senza i Genesis) o gli Emerson Lake & Palmer, i Pink Floyd o i Saga, i Rush o i Dire Straits, i King Crimson o i Led Zeppelin poco cambia, i miei viaggi in autostrada sono prevalentemente viaggi rock.

C’è un complesso in particolare, però, che tutte le volte che mi capita di ascoltare in auto mi lascia una sensazione di intensa e dolcissima nostalgia: i Queen. La ragione è che lego un viaggio particolare della mia storia personale ad una data particolare della storia dei Queen: il 24 novembre 1991. Quel giorno è morto Freddie Mercury. Quel giorno io mi sono trasferito a Firenze. Ho appreso la notizia della sua scomparsa all’inizio del viaggio e per tutto il tragitto ho ascoltato solo la musica dei Queen. In auto avevo la cassetta (supporto in voga nel secolo scorso per la riproduzione della musica, in auto e non solo) di Live Killers, il loro album dal vivo che tuttora preferisco. Quel giorno la mia “direzione di casa” è cambiata, perché dal paesello del nord sono venuto a vivere a Firenze e la colonna sonora di quel cambiamento è stata dei Queen.

Da allora tutte le volte che mi capita di ascoltare i Queen in auto rientrando a Firenze riemergono prepotentemente le sensazioni e le emozioni di quel viaggio, con il tipico potere evocativo che solo la musica possiede.

È successo anche la sera di Pasqua, rientrando dopo la giornata festiva trascorsa con i parenti. Senza rendermene conto mi sono ritrovato sugli Appennini con il concerto di Budapest del 1986 di sottofondo. La voce di Freddie Mercury ha messo tutti d’accordo in auto, sia chi inconsciamente aveva bisogno di un po’ di nostalgia, sia chi avrebbe preferito stare senza musica, sia chi avrebbe preferito un DVD di cartoni animati.

Così ancora una volta, sulle note di Bohemian Rhapsody, sono tornato con i ricordi a quel viaggio, al giorno in cui Firenze è diventata la mia casa, a quando ero un giovane ipertricotico con il futuro davanti, pronto a sbagliare tutto nella vita, tranne la colonna sonora.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.