Per l’ennesima volta uno stupro viene considerato una “cosa da poco”. Era già successo l’anno scorso alla ragazza di Melito Porto Salvo in Calabria, violentata per tre anni da sette esseri che hanno pensato bene di prelevarla ed abusarne un po’ dove capitava ogniqualvolta ne sentissero il bisogno. Del resto, una donna rimane fondamentalmente un oggetto ad uso e consumo del maschio, e su questo concorda anche gran parte del paese teatro di questo scenario agghiacciante: non solo molte persone sapevano della violenza e nessuno ha mai detto niente, ma addirittura hanno ritenuto che fosse opportuno fare una manifestazione a sostegno degli stupratori una volta che la ragazza si è fatta coraggio a denunciarli.

Stavolta il crimine è stato commesso a Pimento, dove una ragazza ha subito uno stupro di gruppo e il sindaco lo ha definito “una bambinata”. Ora, quelli che vedono le stupro come uno scherzo da giovanotti arrapati, hanno idea di quali siano le sue conseguenze sulla vittima, a livello fisico e psicologico?

La minimizzazione dello stupro, come anche l’essere solidali con i carnefici anziché con le vittime, fanno tutti parte della cosiddetta “cultura dello stupro”, ovvero un insieme di atteggiamenti volti a giustificare e normalizzare la violenza sessuale. Ne sono tutti intrisi, dai criminali che stuprano a quelli che li giustificano e sminuiscono i loro reati. Inoltre, con la manifestazione a favore di un branco di criminali si è raggiunto un tale livello di disumanità e bassezza, che se nel futuro studieranno i fatti di cronaca dei nostri tempi potremmo essere definiti come una società di barbari muniti di smartphone. Tanti orpelli, ma ben poca evoluzione.

Infine, che idea si veicola se la violenza sulle donne resta impunita? Che le donne non meritano rispetto, che nonostante i progressi restiamo oggetti senza personalità, dignità e spessore psicologico, dei contenitori su cui sfogare violenze e frustrazioni. Se la violenza non va incontro a conseguenze adeguate – in ambito giudiziario con pene severe e in ambito sociale con il giusto rifiuto che merita – si sta affermando che il dolore delle donne non conta, poiché esse per prime non contano. E questa è un’offesa per tutte. Non siamo “cose da poco”.

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Elena Sofia Frati

Studentessa di Lingue dell’Università di Firenze, classe 1992, appassionata di musica, cinema, letteratura. “Canto” e “suono” per la gioia dei miei vicini. Interessata alle questioni di genere, amo scrivere ed avere una stanza tutta per me per poterlo fare.