“Mi raggiungi in centro, ci facciamo un amore dotto?” Con un iPhone quello che voleva essere un semplice invito a pranzo si trasforma in una proposta ben più impegnativa.

Nel vocabolario del cellulare non c’è il lampredotto, e verrebbe già voglia di buttarlo nel cestino per questo, ma la correzione automatica che mi ha proposto non è poi così sbagliata. Mi sono accorta di questo malinteso qualche giorno fa, andando a mangiare al chiosco di piazza Sant’Ambrogio. Cosa c’è di dotto nel lampredotto? E’ un piatto povero, creato con quello che solitamente è uno scarto, ma osservando il ragazzo che mi ha fatto il panino, ho notato che in realtà è molto più scientifico di quanto si pensi. Ogni suo gesto è calcolato: divide la rosetta, toglie la mollica, taglia il lampredotto (e sembra una danza), mette sale e pepe, la salsa verde, bagna il pane e te lo incarta. Lo stesso tempo per ogni panino. Me lo immagino a guardare suo babbo fare lo stesso per anni, suo babbo che ora è accanto a lui, addetto alle vaschette di lampredotto al pomodoro, “Per i’tomato la fila è da me”.

Accanto a me in coda c’è una signora con un bel cappotto e qualche gioiello di troppo. Dietro di me molti ragazzi, davanti un uomo che vende Fuori binario e mangia una vaschetta di lampredotto al tomato. C’è l’intera gamma sociale fiorentina in coda a questo trippaio. Solitamente uno studente tra una lezione e l’altra va a mensa, o mangia un pezzo di pizza al volo (nel caso degli studenti di lettere le schiacciatine di Brunori in Borgo Pinti), una signora ingioiellata si prende un’insalata ricca e due impiegati in completo mangiano un primo in una trattoria. Oggi però abbiamo tutti scelto un lampredotto, e il lampredotto si mangia in piedi al chiosco, qualunque sia il tuo cappotto, da qualunque professione tu sia in pausa pranzo. Il trippaio ci tratta tutti allo stesso modo. “Uno sbucciato per la bimba” “Un completo asciutto per la signora” “Una vaschetta da 2.60 per il ragazzo”.

Per quei 5 minuti, per quei 3 euro, siamo tutti uguali.

C’è un po’ di amore, e qualcosa di dotto, in tutto questo.

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Irene Grossi

Vado per i 24, sono una giornalista pubblicista (e provo ad esserlo davvero, oltreché a leggerlo su un tesserino) e mi piace fare un sacco di cose. Mi piace lo spettacolo, in ogni sua declinazione. Cinema teatro concerto televisione. Mi piace mangiare, sia a casa che fuori, sia bene che male. Mi piace viaggiare, sempre e ovunque, basta andare da qualche parte e in qualche modo. Ma più di ogni altra cosa al mondo mi piace scrivere. Scrivo sempre, ho la penna attaccata alla mano destra e penso pensieri già scritti. E poi niente, in questi mesi ho avuto in testa San Francisco, Petrarca, la Fiorentina, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, Sheldon Cooper e il verde bosco.