…La vita, lo spazio, il tempo (questa scoperta, a notte fonda è inevitabile), sono un unico anagramma! Volete sapere di cosa? Ok ma Andiamo per gradi…

Eh sì, avevo aderito all’iniziativa della redazione! Andarsene in ferie portandosi dietro il manifesto della rivista online e farsi ritrarre tenendo in mano il logo, magari con sullo sfondo elementi significativi dei luoghi dove noi redattori avremmo portato testimonianza di tuttaFirenze!

…Il fatto è che a me, purtroppo, è andata diversamente: come vi avevo detto narrandovi del fortuito incontro con il grande Poeta Alighieri, invece di farmi ritrarre con alle spalle monumenti e paesaggi meravigliosi mi sono andato a “mescolare” mio malgrado con personaggi storici e opere d’arte.
E se volete saperlo, di tutto questo pasticcio, la colpa è addirittura di Albert Einstein! Non ci credete? Ebbene, proprio un tunnel di Einstein-Rosen il famigerato wormhole, fu la causa del secondo salto spazio temporale nel quale incappai un meriggio di fine luglio scivolando di nuovo sul selciato d’un oscuro vicolo di Firenze, mentre ero in caccia dei suoi segreti più dimenticati.

Firenze è una città che molto ha dimenticato del suo grande passato, fatte salve le pietre dei monumenti dei segreti dei suoi vicoli e dei suoi canti misteriosi, quasi come le “Corti Sconte dette Arcane” di Corto-Maltesiana memoria… Ma che stavo dicendo? Ah sì, si parlava, appunto, di un wormhole formatosi più o meno alle coordinate: lat 43.771285, long 11.256743..
…Oh, non prendetevi la briga di cercarlo, appena vi sono caduto dentro la perturbazione che la mia massa ha generato lo ha fatto spostare chissà dove.

…Il punto è che sono riapparso nel 1930 a Nottingham, proprio mentre Einstein affermava “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”.
Oddio, proprio mentre pronunciava quelle parole forse no! …Magari un secondo prima, o subito dopo; sapete come vanno le cose con i wormhole? Mica sono puntuali come i bus dell’Ataf..

Insomma, per farla breve io ci finii dentro scivolando in un vicolo di Firenze, più precisamente il Vicolo dello Scandalo, già Vicolo del Panìco… ma sì, quel vicolo che fu imposto dalla Magistratura Fiorentina intorno al 1350 per impedire alle famiglie de’ Cerchi e de’ Donati di darsele di santa e profana ragione! Insomma cosa che riguardò la divisione in guelfi bianchi e neri! …Che non era una tivù dell’epoca ma qualcosa che ha segnato la storia ben prima dell’invenzione della tivù a colori!
Il puzzo di urina e feci in quel vicolo (che andrebbe da Via del Corso a via Dante Alighieri), pare sia rimasto a simbolo di quei tempi lontani dov’io caddi riverso fra le terre e proprio dall’Alighieri fui raccolto..

 

…Insomma, fu così che anche questa volta conclusi la mia scivolata facendo danni! Centrai in pieno il tavolo del bar dove Albert Einstein, sì proprio lui, il Genio per antonomasia, beveva un caffè che, a causa dell’impatto, finì per riempirsi di zucchero.
La zuccheriera era ricaduta precisa-precisa nella sua tazzina violando (o confermando) tutte le equazioni della Teoria della Relatività Generale.
Ma la cosa non finì lì! Per una curiosa variazione del coniugio di fase, il continuum spazio-temporale si alterò – come si può vedere dalla foto – miscelando la mia faccia con quella del grande Genio (la smorfia che vedete sulla faccia di Einstein pare però dovuta al disgusto causato dall’eccesso di zucchero nel caffè).

Non ebbi altro modo per scusarmi che pagare io il conto ma la cosa si relativizzò al punto che, Einstein, convinto di dover verificare alcune questioni sul cambio Euro-Sterlina (visto che a Nottingham, quell’anno, dell’Euro non si sapeva niente) iniziò a sbraitare come un pazzo agitando la sua chioma da scienziato, spargendo forfora umana tutt’intorno.
O forse era solo il gesso che dalle sue mani (e dalla lavagna sulla quale scriveva le formule), grattandosi il capo, era passato al suo universo tricologico.
Urlava ancora quando lo colpii con un E=mc ² proprio in mezzo agli occhi.

Intendiamoci: tutto questo non dovremmo considerarlo in modo negativo. Fu lì infatti che io e Einstein iniziammo a discutere animatamente sulle equazioni che portarono poi il vecchio Albert a stilare la Teoria della Relatività Ristretta! Così ristretta che quasi Einstein ci si strozzò dando la colpa a me.
E mal gliene incolse perché, mentre lui si divincolava dalla sua stessa Teoria, io gli rifilai a raffica, un enigma sotto forma di anagrammi del suo Augusto Cognome:
1) In intese,
2) Ne intesi.
3) Ne sentii,
4) Esentai
5) Enti in sé.
6) Inni tese,
7) Tenni sei.

Ma l’enigma appena formulato non lo intimidì affatto, al che contrattaccò con “(∂ + m) ψ = 0” la formula di Dirac che, a causa dell’entanglement quantistico fece venire la raucedine di Heisemberg-Whitehead a mio cugino che abita a Genova e ancora non si è ripreso dall’impatto del meteorite che distrusse i dinosauri circa 65 milioni di anni fa con un fenomeno simile a questo:
https://www.youtube.com/watch?v=kM3uNMXrFMI

 

Purtroppo, come potrete immaginare, la discussione fra me e Albert degenerò in un corpo a corpo copernicano tanto che lui, ad un certo punto, mi tirò dietro tutto il vassoio delle brioche centrando un cameriere che, cadendo sui tavolini adiacenti, generò a sua volta un fenomeno così vasto e inarrestabile da produrre ancora oggi un “effetto caduta a cavitazione di prossimità” tale da far cadere in sequenza la gente in ogni parte del mondo, come se fossero tante tessere di domino!
Ma fu quando gli chiesi di spiegarmi perché – se ci teneva tanto alla Relatività Generale – avesse preferito, al momento di prendere il caffè, quella “Ristretta”, che si scatenò l’inferno.
Einstein, pur essendo un pacifista convinto, appena udì la mia domanda, mi colpi con precisione mewtoniana, con un pugno “E=mc ²” proprio sul naso.

Giuro, quando cambia il tempo (e lo spazio), il naso e l’orgoglio mi dolgono ancora!

(Visited 345 time, 1 visit today)
Share

Dicci la tua

Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.