Undici anni di attesa, ma alla fine è stata ultimata: la variante di valico è in funzione dal 23 dicembre scorso. Le lungaggini burocratiche, le polemiche ambientalistiche, i giochi di potere politici, che hanno accompagnato il lungo lavoro di scavo e costruzione, alla fine non sono riusciti fermare il raddoppio di uno dei tratti autostradali più strategici per la viabilità nazionale.

Il nuovo tracciato è caratterizzato da un percorso meno tortuoso, un dislivello inferiore, gallerie di progettazione più moderna (e illuminazione migliore) rispetto all’antenata. Un ottimo esempio di ingegneria, in sintesi.

È il momento di tirare un sospiro di sollievo? Certo che no, perché adesso inizia il bello. Il povero automobilista che si trovi a percorrere l’A1 in prossimità delle diramazioni (all’altezza dell’uscita di Barberino in direzione nord e tra Sasso Marconi e Rioveggio in direzione sud) viene attanagliato da un dubbio amletico: variante o non variante? Nuovo tracciato o vecchio tracciato? Quale scegliere tra le due possibilità? Il dilemma nasce dal fatto che al raddoppio non è corrisposto un qualsivoglia metodo di “smistamento” del traffico sui due tronconi. In teoria avrebbero potuto (dovuto?) esserci delle direttive del tipo “traffico pesante da una parte, traffico leggero dall’altra”, “veicoli sporchi di qua, veicoli puliti di là”, “veicoli con targa pari a sinistra, veicoli con targa dispari a destra”, insomma, un qualsiasi criterio per smistare il traffico, bilanciandolo sui due tracciati.

Invece, il nulla; l’anarchia.

VVIl traffico pesante si è di fatto integralmente trasferito sul nuovo tracciato. Le caratteristiche di quest’ultimo fanno sì che per i camion sia meglio scegliere di percorrere la variante, perché minori curve e meno salite significano minor consumo e, quindi, costi inferiori. In teoria per il traffico automobilistico questi aspetti comportano minori vantaggi, ma, per lo meno in queste prime settimane, praticamente tutto il traffico automobilistico si è trasferito sul nuovo tracciato, col risultato di una pressoché totale trasposizione del traffico dal vecchio tracciato dell’A1 sul nuovo tracciato della variante di valico.

Inutile sperare in pannelli che informino in tempo reale sull’intensità del traffico nei due tronconi, così, tanto per dare qualche indicazione di massima agli automobilisti se sia meglio andare a destra o a sinistra alla diramazione. Allo stato attuale, in mancanza di qualsivoglia indicazione, tutti scelgono di andare a destra (fossi in Renzi la cosa mi preoccuperebbe assai).

Allo stato attuale, quindi, le possibilità che chi sceglie il vecchio tracciato trovi traffico sono inferiori a quelle che un neolaureato in materie umanistiche trovi un impego a tempo indeterminato. Per oltre trenta chilometri l’automobilista che si avventuri sulla “vecchia” A1 si sente come un velista in solitaria nell’oceano. Centinaia di metri di nastro di asfalto vuoto tra un veicolo e l’altro. Chi sceglie di percorrere la vecchia autostrada lo fa, al momento, fondamentalmente per tre ragioni: o perché deve andare proprio a Roncobilaccio o a Pian del Voglio (autorevoli esperti sostengono che è scientificamente provata l’esistenza di soggetti devono proprio andare a Roncobilaccio o a Pian del voglio), o perché era occupato al telefono quando è arrivato in prossimità della diramazione e ha “sbagliato strada”, oppure perché vuole divertirsi. Già, perché di fatto adesso il vecchio tracciato è l’ideale per guidare con piacere. Salite, discese, curve veloci, assenza di traffico, controlli di velocità scarsi (la maggior parte dei “gabbiotti” dei rilevatori di velocità pare che sia vuota) sono le condizioni ideali per godersi la strada.

Stando così le cose c’è da augurarsi che l’effetto novità duri a lungo, perché divertirsi a guidare sul tratto appenninico dell’A1 è un piacere di altri tempi, che ci era stato tolto dall’aumento del traffico nei decenni e che, insperatamente, ci è stato restituito.

Finché dura, godiamocela…

 

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.