Se ho iniziato ad amare Londra ancora prima di venirci a studiare e poi a vivere, è stato anche grazie ad “Alta fedeltà” di Nick Hornby, libro che narra le vicende di Rob Fleming, trentenne titolare del negozio “Championship Vinyl” a Seven Sisters Road, alle prese col passaggio all’età adulta, che avviene grazie alla rottura con Laura, avvenimento che lo spinge a richiamare le sue 5 ex più importanti per capire il motivo per cui lo avevano mollato. Rob infatti è un maniaco delle top 5, che si diverte a stilare insieme ai suoi dipendenti, passando dalle 5 canzoni che vorresti sentire al tuo funerale, ai 5 lavori da sogno, dalle 5 “donne che non vivono dove vivo io, da quello che so, ma che sarebbero benvenute qualora volessero traslocare” alle 5 “migliori canzoni di apertura del lato A di un 33 giri di tutti i tempi”.

Mancano le 5 più belle canzoni a proposito di Londra che quindi mi accingo a redigere, nella consapevolezza che probabilmente, sarei fatto fucilare il giorno in cui arrivasse la rivoluzione musicale, insieme ai Simple Minds, Michale Bolton, U2, Bryan Adams e Genesis.

London Calling, The Clash. Nonostante molti di noi, me compreso, abbiano condiviso questa canzone prima di un viaggio o del trasferimento a Londra, la capitale britannica non stava chiamando per andare a fare shopping da Primark o per lavorare da Caffè Nero. London calling erano le parole con cui si aprivano le trasmissioni della BBC nei territori occupati durante la seconda guerra mondiale. Nella Londra descritta da Strummer infatti ci sono zombi, carestie, disastri nucleari e alluvioni e l’unico swing che si può ascoltare è quello dei manganelli dei poliziotti (“we ain’t got no swing, ‘cept for the ring of the trancheon thing”). È un radio messaggio post apocalittico ai sopravvissuti e un invito a ripudiare proprio la Londra da cartolina della quale la canzone è divenuta purtroppo il simbolo.

London Rain, Heather Nova. La pioggia può essere romantica. A Londra piove molto. Londra può essere molto romantica. Specialmente se, quando tornate dall’ennesima tipica giornata londinese, frenetica e caotica, fradici per la pioggia, trovate ad accogliervi a casa qualcuno che vi conosce molto bene, “there’s no comfort like that”, qualcuno che ha bisogno di voi, “there’s no drug like that”, e potete addormentarvi accompagnati dal suono della pioggia di Londra. Se non vi ricordate dove potreste aver sentito questa canzone di Heather Nova, cantautrice e poetessa delle Bermuda sconosciuta ai più, ve lo dico io, nella colonna sonora di Dawson’s Creek.

Fake Plastic Trees, Radiohead. L’“inno” all’alienazione per eccellenza. Secondo Thom Yorke, cantante e leader del gruppo, la canzone parla di Canary Wharf, un’area che si trova nella zona Est di Londra e soggetta ad un processo di riqualificazione a distretto finanziario all’inizio degli anni ‘90, durante il quale, tra le varie cose, fu adornata di alberi artificiali, da cui il titolo della canzone. Il testo inizia infatti con una donna e il suo annaffiatoio verde di plastica, per la sua pianta cinese di plastica, in una finta terra di plastica, comprato da un uomo di gomma, in una città piena di band di gomma e continua con l’uomo con cui vive: un uomo di polistirolo rotto che faceva il chirurgo estetico negli anni ‘80 (“but gravity always win”). Il testo grottesco e ironico è reso drammatico dall’insofferenza dei protagonisti e dal loro tentativo di essere quello che dovrebbero ma non sono, oltreché dalla voce straziante e bellissima di Thom Yorke.

England, The National. Si sa, cantanti e musicisti possono avere un ego smisurato e se avete avuto una relazione con uno di loro, per toglierveli dai piedi e dalla testa può darsi che abbiate bisogno di mettere un oceano e un fiume tra voi e chiunque altro, “put an ocean and a river between everybody else. Between everything, yourself and home”. Costringendoli a scrivere e cantare una canzone bellissima come questa, dove a Matt Berninger non resta che chiedersi dove vi siate nascosti a Londra e come sia possibile che preferiate una vita nellla pioggia al sole di Los Angeles, o autoconsolarsi, dicendosi che gli angeli famosi non vengono mai dall’Inghilterra, che invece si tiene quelli di cui nessuno ha bisogno.

Baker Street, Gerry Raferty. Oltre ad essere ricordata per aver ospitato Sherlock Holmes, Baker Street ci ha regalato il riff di sassofono più famoso nella storia della musica. Gerry Referty, cantautore scozzese scrive la canzone in un periodo in cui viaggia molto in treno tra Londra e Glasgow, dove viveva la sua famiglia. È un’altra canzone sull’alienazione della grande metropoli, “this city desert makes you feel so cold, it’s got so many people, but it’s got no soul”, e sul rendersi conto che forse era più difficile di quanto ci saremmo aspettatto, “pensavi che sarebbe stato così facile, ma ci stai provando adesso. Solo un altro anno e sarai felice, ma stai piangendo adesso”. Gerry però non dovrà aspettare così tanto, la canzone diventerà infatti una hit mondiale che gli frutterà circa 80mila sterline all’anno fino al momento della sua scomparsa, nel 2011. Notevole anche la versione dei Foo Fighters con chitarra al posto del sax.

Londra_5_canzoni
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