L’incontro con Lincoln fu una vera catastrofe! Ero appena uscito dal tunnel di Einstein-Rosen, tutto coperto di ragnatele quantistiche e in po’ di “stringhe” (quelle della famosa teoria omonima che prese il nome da un articolo che il fiorentino Gabriele Veneziano [Firenze 1942] scrisse per spiegare le peculiarità del comportamento degli adroni in brodo di quark), quando battei un “frontino” proprio contro il malcapitato Abraham Lincoln in persona.

Devo dire che non fu un incontro garbato, non tanto per la severità dell’uomo quanto per la capocciata che ne derivò. Nell’impatto con il famoso Presidente degli Stati Uniti D’America, lo scambio dei connotati fu immediato quanto devastante.
A Lincoln cadde la faccia nella minestra e, a causa del brusco inarcamento in avanti della schiena, le bretelle gli si slacciarono di colpo sciabolando nell’aria, facendo un sacco di vittime fra i presenti.
Ve la immaginate la scena?
Il povero Abraham Lincoln (solo Ab per gli amici), accecato dalla minestra non potendo vedere niente afferrò la prima cosa che gli capitò a tiro: uno stivale da cow boy che mise al posto della faccia.
Una scena raccapricciante! Il povero Abraham sembrava uscito da un quadro di Bruegel il vecchio!

Furono i fedelissimi servitori in livrea, tutti esclusivamente di colore (sì, a quell’epoca la servitù era già a colori), a rimettere le cose a posto scambiando il mio volto con quello del povero Presidente (per i servitori africani affrancati dalla schiavitù, i bianchi erano tutti uguali). E così vi apposero parte della mia faccia, come si può vedere nella foto.
In tutto il subbuglio che derivò dall’incidente io non fui notato subito anche perché, avendo incorporato il volto di Abraham Lincoln, sebbene in modo provvisorio, tutti mi presero per lui e il mio abbigliamento fu scambiato per il suo abito imbrattato di minestra a stelle e strisce. Pastina all’uovo in forma di stelline e spaghetti n.5

Ricomposta la situazione, rimessa a posto la tavola e pulito il pavimento, Lincoln non volle però tornare al cibo: preferì invece affrettarsi nei suoi impegni e chiamò a sé il fotografo ufficiale che, prontamente, preparò la pesante attrezzatura fotografica mente i servitori ronzavano intorno al personaggio storico infastidendolo come zanzare estive.

Dopo un po’, infastidito, il Padre degli States li allontanò con un gesto severo e, rimessosi a sedere si preparò allo scatto che lo avrebbe consegnato alla Storia del suo paese e alla memoria dei posteri.
Ancora frastornato dall’incidente, il povero Abraham Lincoln però non s’avvide di reggere il simbolo di “tuttaFirenze” che io avevo portato con me e, messosi in posa credendo di mostrare all’obiettivo una copia della Costituzione Americana, così si fece ritrarre.

Quando mi buttarono fuori dalla Casa Bianca stringevo ancora in una mano l’estremità delle bretelle del povero Abraham Lincoln.
Ricordo che ruzzolai per parecchi metri sul terreno adiacente alla dimora del grande statista.
Appena mi avvidi di tenere ancora in mano le bretelle del povero Lincoln, imbarazzatissimo le lasciai andare di colpo.
Quando queste tornarono al proprietario che ne deteneva l’altro capo ancora agganciato al retro dei calzoni, oltre al tonfo simile allo schiaffo di Buddha sul viso o sulle chiappe di Riccardo Marasco, si udì un urlo terrificante che fece tremare la terra, scuotere gli alberi da frutto, spazzare via le nubi!
Fece anche piangere i bambini nelle culle, svegliò le nonne assopite, bruciò le torte nei forni a legna, spazzò via i tepee dei Cherokee, modificò il battito delle ali di una farfalla in Brasile e altre cose così.
L’onda d’urto dell’urlo allucinante non si limitò devastare i paraggi: giunse invece fino al Texas spaventando i bovini, l’erba delle praterie e anche qualche colono, sradicando alberi e facendo volare i tetti delle case. Pare che abbia anche scatenato qualche tornado.
Ma non finisce qui! Leggenda narra che, a causa di quell’urlo, interpretato da alcuni come un grido di guerra Yankee, scoppiò la guerra di secessione e si spensero tutte le candeline delle torte di compleanno per una intera settimana in tutto il mondo civilizzato.
L’onda d’urlo fece tre volte il giro della terra prima di attenuarsi in un refolo sottile ma non prima d’aver spettinato il Dalai Lama che da quel momento in poi si fece vedere in giro totalmente rasato.
Io però non ci credo eh?
Secondo me sono tutte bischerate!
Comunque, a scanso equivoci (le bretelle boomerang non mi sono mai piaciute!) me la sono data a gambe infilandomi nel primo worm-hole disponibile!

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.