Tempo fa mi è capitato di accompagnare mia mamma a Careggi per una visita. L’appuntamento era alle 12, ma siamo entrate che erano le 13.45. Mia mamma non pareva per niente stupita, frequenta fin troppo spesso gli ospedali. Mi aveva avvertito e, da previdente che è, aveva preparato persino il panino da casa. Ho passato molto del mio tempo di attesa a leggere. È l’unica cosa che mi salva dalla crisi di nervi quando so che devo attendere. La gente intorno borbottava e se la rifaceva col personale allo sportello dell’accettazione. Un’impiegata ha risposto “non c’è personale, rifatevela anche con i medici, sempre con noi”. Nell’attesa che montava le persone, hanno cominciato a rifarsela anche fra sé. Come è che se tu sei arrivato dopo, passi prima? La giovane dottoressa che ci ha accolto è dovuta uscire un paio di volte per cercare i timbri e i fogli per la stampante. “Sapete ormai queste cose ce le rubiamo fra noi, è una caccia”. Questa settimana sono andata a iscrivermi per la TARSU. Cercando l’ufficio, mi imbatto in una folla. Uno mi guarda e mi fa “Se sei arrivata ora, ti merita scriverti subito là a quel foglio per rispettare la fila”. Sì, ma per cosa? Tutti cassaintegrati per iscriversi allo sportello del centro per l’impiego. Un’impiegata ha provato ad affacciarsi alla porta ed è stata invasa dalle domande. Mi è capitato poi di stare nel mezzo della fila per lo sportello per le bollette del gas. Tanti per rateizzare, per protestare perché non ce la fanno più a pagare. File incandescenti eppure invisibili, perché se non sei in coda per comprare uno smartphone non fai notizia. E allora spero proprio che l’odore di chiuso, quei microbi, quei puzzi, quei profumi, quegli aliti, i dopobarba e le colonie che si mescolano e si contaminano nelle file quotidiane dei cittadini, creino respiri forti e densi sul collo dei prossimi candidati alle elezioni.

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