Un famoso detto recita: Vedi Napoli e puoi muori. Si, va bene, ma la Cupola l’avete mai vista? Resusciterebbe i morti. E’ un defibrillatore alto 116 metri. E l’elettrocardiogramma dei fiorentini va che è un piacere.

Structura si grande, erta sopra e’ cieli, ampla da coprire chon sua ombra tutti e popoli toscani.

Il primo miracolo Filippo lo fece rendendo possibile la costruzione della Cupola. Il secondo miracolo sta tutto in questa frase di Leon Battista Alberti. Perché nei 577 anni che ci separano dalla sua ultimazione, questo edificio non è rimasto solo un insuperabile e geniale esempio di  tecnologia costruttiva, ma è diventato il cuore pulsante di un’intera città.
Non ci sono regolamenti o regole estetiche che tengano, imposte o naturali che siano. Non c’è edificio, non c’è architetto o costruttore che tenga il passo, né pianificazione urbanistica che regga il confronto, non c’è piano regolatore che possa, con decine di tavole e relazioni, varianti, controvarianti e delibere, plasmare lo spazio come lo ha fatto la Cupola. La Cupola È un piano regolatore, è il Piano Regolatore Generale di Firenze. Il più grande e meno scritto di tutto il globo. Ha influito sullo spazio circostante, lo ha modellato, lo ha deformato imponendo il proprio rapporto di forza. È una presenza ingombrante, un regime totalitario salito al potere democraticamente, fondato sulla ragione e sull’armonia delle forme. Perché dal momento della sua ultimazione, la valle dell’Arno non è stata più la stessa. Il fiume passa vicino alla Cupola, non passa da Firenze. Chiunque arrivi dalle colline può capire cosa intendo. Lei occupa la piana e indica il centro. Ma non quello dei pantaloncini corti con le infradito dall’accento masticato, delle transumanze low-cost,  delle carovane asiatiche e dell’assalto alla diligenza delle griffes. Il Nostro Centro, quello della gente di qui. Spaziale certo, ma soprattutto interiore, identitario e politico (cioè della polis). La Cupola del Brunelleschi è la nostra danza Haka degli All Blacks.
Chiunque ne cerca la vista, qui giù tra le stradine. E chi non la cerca è perché ce l’ha già dentro.
L’imbianchino sullo scaleo dalla finestra dell’appartamento, la commessa dalla vetrina del negozio, l’operaio con il caffè affacciandosi sulla porta del bar, il distinto signore che si reca in ufficio tra le fredde nebbie delle mattine d’inverno, la mamma con i bimbi assonnati sulla strada della scuola. La Cupola è una madre che quotidianamente ci guida e ci consiglia, ci orienta e ci distingue. Ma, soprattutto, ci insegna. E’ una lezione da 28.000 tonnellate, una lezione a non mollare mai i propri sogni, a non scoraggiarsi di fronte alle avversità, a credere nel singolo all’interno di un progetto di gruppo.
A chi crede avvicina al cielo, a chi non crede avvicina alla ragione. E a chi mi dice, incredulo, Ma, dai, come fai a vedere tutte ‘ste cose in un edificio? Alla fine sono comunque mattoni e pietre… Rispondo. Perché la Cupola non è architettura …è vita.

 

Ka Mate

Batti le mani contro le cosce

Sbuffa col petto
Piega le ginocchia
Lascia che i fianchi li seguano
Sbatti i piedi più forte che puoi.

È la morte, È la morte! È la vita, è la vita!
È la morte, È la morte! È la vita, è la vita!
Questo è l’uomo dai lunghi capelli
è colui che ha fatto splendere il sole su di me!
Ancora uno scalino, ancora uno scalino, un altro

fino in alto, IL SOLE SPLENDE! 

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.