Ero in quel tempo di passaggio ad Arcetri, proprio sopra Firenze, quando un vasto temporale estivo mi colse in pieno. Tentai inutilmente rifugio sotto l’albero che avevo appena visto incenerire dal fulmine, per scoprire come il vecchio detto che afferma: “un fulmine non cade mai du’ volte nello stesso loco” era una leggenda campestre.
Fui infatti colto in pieno da un altro fulmine che, invece di incenerirmi come avrei meritato a causa di queste mie folli narrazioni alle quali nessuno sicuramente crederà, aprì un varco nello spazio-tempo privilegiando il tempo.
Invece che per una selva oscura mi ritrovai esattamente lì dov’ero, con l’albero sotto il quale mi ero rifugiato ch’era adesso un piccolo fuscello timido e ignaro della sua futura sorte.
Subito guardai intorno e vidi che lo panorama era mutato assai e la Toscana che conoscevo parea di diversa fattura e umore.
Mi giungea da lungi la belante preghiera delle greggi e il lamento del cuculo. Una leggera nebbia settembrina si sollevava da’ monti quand’io, preso da improvvisa angoscia, mi misi a correr pel sentiero in terra battuta ch’avea sostituito la strada che da Arcetri precipita a valle.
Non m’avvidi affatto del vecchio che in su per la discesa saliva a lenti passi rimuginando stelle e pianeti e i lenti satelliti di Giove.
Le stelle le vedemmo entrambi quando, scontrandoci di viso a viso, i nostri faccioni impattarono con suono di zucche vuote.
Rotolammo a terra con rumore di mestoli e pentole, quelle che il vecchio recava con sé ovunque.
– Non si sa mai dove andrai a desinare!
Ebbe a dirmi.
Riconobbi in lui il Galilei, l’Uomo dell’ingegno e del cannocchiale e dell’Eresia e dell’universo stesso così come oggi lo conosciamo.
Or mi è difficile riportarvi quel che dicemmo e le cose che Egli mi narrò de’ suoi studi nella matematica, nella legge dei moti e del pendolo e nell’astronomia benché indugiasse, talora, a stilare oroscopi al costo di 60 lire venete.
Trattammo a lungo sulla visione aristotelica e sul platonismo e sulle calunnie di tal Baldassarre Capra ma quando giunsi ad accennare all’Eresia egli s’incupì puntando su di me un dito ben fermo, dicendo: – Vedete Messere? Pare immobile, eppur si move!
E m’infilò il dito nell’occhio. E questo dito ancor oggi si vede, mummificato, al Museo Galileo (già Museo di Storia della Scienza) in Piazza De’ Giudici a Firenze.
Ripresi mezzo accecato la via del sentiero quando un altro temporale mi colse e più non vidi altro.
Salvo le stelle.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.