Abbiamo discusso in classe del terrorismo a partire dai recenti fatti di Parigi. Ma alla fine i ragazzi hanno solo litigato senza riuscire veramente a confrontarsi. Come è possibile affrontare con loro un tema così delicato?  Prof.ssa Lucia Cappelli

Gentile professoressa Cappelli, la domanda che lei pone ha a che fare con due questioni: la difficoltà di discutere e la delicatezza del tema.

Oggi è effettivamente difficile confrontarsi. A tutti i livelli. Basta accendere la televisione e guardare i dibattiti politici o i talk show. La gente non si ascolta, urla, si parla addosso. Per non parlare delle argomentazioni. Spesso infarcite di luoghi comuni e di parole che sono di altri, non espressione di un pensiero proprio, autonomo. Viviamo in un contesto in cui molti sono convinti di avere la Verità in tasca. E quindi, incapaci di fare dialoghi, si esercitano in monologhi. Quando ci troviamo a scuola non possiamo non tenere conto di tutto questo, perché tutti siamo influenzati da questo clima, compresi i ragazzi.

A scuola è quindi inevitabile incontrare difficoltà quando cerchiamo di sollecitare i ragazzi a discutere. Per cercare di superarle, la prima regola, che vale sempre, è quella di dare il buon esempio. È difficile insegnare ai ragazzi a dialogare, se poi noi adulti non lo facciamo, se poi i docenti nei consigli di classe non collaborano o i genitori litigano continuamente. È anche difficile che il singolo educatore possa pretendere che un ragazzo sappia discutere, se poi non lo ascolta, se non si confronta correttamente con lui. Quindi, quando vediamo adolescenti che non sanno gestire una discussione, dovremmo prima di tutto guardare noi stessi e verificare se, su quel piano, stiamo facendo tutto quello che potremmo. Poi dovremmo dare ai ragazzi alcune istruzioni semplici. Su come e quando parlare. E sulle modalità di ascolto, che forse sono ancora più importanti.

Il terrorismo naturalmente è un terreno di discussione molto impegnativo. Perché tocca valori importanti e mette in gioco le nostre paure. Più che per altri argomenti, parlando di terrorismo si comprende che i dialoghi non si fanno solo con le parole, ma anche, e forse soprattutto, con le emozioni, che bisogna imparare ad ascoltare. Le nostre e quelle degli altri.

Nel momento storico che stiamo vivendo, la scuola ha un ruolo decisivo. Di fronte al rischio che le minacce per la nostra sicurezza ci portino a ridurre i nostri spazi di libertà, credo che dobbiamo avere il coraggio di promuovere il più possibile il confronto di idee e praticare il rispetto dell’altro, anche se esprime posizioni diverse dalle nostre. Gli insegnanti, come molti dicono, sono eroi moderni. E oggi devono dimostrarlo ancora una volta. Invitando i nostri ragazzi ad esprimere quello che provano ed aiutandoli a trovare quell’equilibrio emotivo che è condizione necessaria per acquisire un punto di vista autonomo e consapevole.

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Ludovico Arte

Di lavoro faccio il preside dell’Istituto Tecnico per il Turismo “Marco Polo” di Firenze. Poi ho l’incarico di coordinatore dell’Area Psicopedagogica del Settore Giovanile della Federcalcio.
Nella mia vita precedente ho fatto prevalentemente il sociologo e l’insegnante di psicologia. La mia vera passione è lavorare con i ragazzi, cercando un modo diverso di fare educazione.
Sono nato in Calabria, ma vivo a Firenze da molti anni.
La Calabria mi ha insegnato a non dire certe cose, in Toscana ho imparato a dire le cose come stanno. Da entrambe però ho capito che quello che sei e quello che fai valgono più di quello che dici.