La democrazia rappresentativa è una forma di governo nella quale i cittadini eleggono dei rappresentanti con il compito di governare.
La democrazia diretta è una forma di governo nella quale i cittadini partecipano direttamente all’attività di legiferazione e amministrazione della Cosa Pubblica.
L’Italia, chiaramente, è una democrazia rappresentativa. Non sarà la forma di governo migliore in assoluto, ma la Storia recente ci suggerisce che sia il compromesso più ragionevole.
Chi sostiene che la democrazia rappresentativa non sia la migliore forma di governo possibile, spesso utilizza argomentazioni strumentali, sostenendo che la corruzione, il malgoverno, l’inefficienza siano causati dal sistema e non dai soggetti corrotti, incapaci e inefficienti che sono stati scelti come rappresentanti.
Individuare il sistema come causa del malgoverno non è molto diverso dal prendersela con il televisore perché non piace il programma che si sta guardando.
In linea teorica la democrazia diretta potrebbe essere vista come una forma di governo maggiormente “democratica” rispetto alla democrazia rappresentativa, ma nella realtà ci si scontra con un problema di fondo: l’incompetenza dei cittadini. Sia chiaro che, in questa accezione, al termine “incompetenza” non viene attribuita alcuna valenza negativa, ma è solamente la constatazione che la normazione e la gestione della Cosa Pubblica richiedono competenze specifiche, in una molteplicità di settori, che un cittadino comune difficilmente ha. La democrazia rappresentativa, invece, presuppone (o, meglio, presupporrebbe) che figure ad alta specializzazione operino nei rispettivi ambiti di competenza per legiferare e governare (o per supportare organi legiferanti e governanti) al meglio.
Il cittadino comune su molti argomenti non ha la competenza necessaria per potersi esprimere in maniera consapevole e ragionata.
In tal senso una dimostrazione si è avuta in occasione del referendum sulle trivelle dello scorso 17 aprile, quando non è stato raggiunto il quorum nella consultazione che chiedeva di esprimersi su un quesito estremamente tecnico, al quale la maggior parte dei cittadini non era in grado di rispondere. Le campagne pro o contro hanno toccato i più svariati argomenti, molti dei quali non collegati direttamente al quesito referendario, creando spesso confusione negli elettori, che alla fine hanno deciso in massima parte di non esprimersi. Sicuramente alcuni non hanno votato per disaffezione alla politica o disinteresse in generale, ma sarebbe un errore non considerare che molti non si sono espressi perché non erano riusciti a farsi un’idea precisa del quesito, degli ambiti di applicazione e di cosa sarebbe cambiato in caso di vittoria del sì o del no.
Un esempio ancora più eclatante si è avuto nel recente referendum inglese sull’uscita dall’Unione Europea. In questo caso si è chiesto ai cittadini di esprimere una scelta le cui conseguenze non sono tutt’ora chiare, ad oltre un mese di distanza, neppure ai tecnici e ai politici. Il risultato è stato che la scelta di abbandonare l’Unione Europea ha avuto come ago della bilancia le generazioni più anziane. I nonni hanno, in sostanza, deciso il futuro dei nipoti, senza poter sapere cosa la scelta comporterà in futuro, quel futuro che loro non vedranno. Paradossale, più che democratico.
Chiamare i cittadini ad esprimersi presuppone che le conseguenze della scelta che si sta chiedendo di fare siano chiare a tutti.
Far decidere chi non ha gli strumenti, più che democratico è folle.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.

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Non ho l’età