Vienna! Gaudente città, capitale di tante parole viennesi, birra e pasticceria, che se avesse avuto i’ Domo, Palazzo Vecchio e i’ Renzi, sarebbe stata una piccola Firenze!
Vienna, città fondata dai romani nel 100 d. C. … o meglio, costoro misero solo su un campo militare a protezione della città di Carnuntum e lo chiamarono (non conoscevano il tedesco) Vindobona, e dove forse vi morì Marco Aurelio in seguito al proprio personale decesso.
Vienna, città che fu conquista dei longobardi, degli avari e degli salvi, Vienna, città
che fu inglobata nella Marca Orientale (Ostmarck) da Carlo Magno, Vienna, città delle note di Brahms e Strauß che con i suoi Valzer incantò la bella gente o la Belle Epoque o entrambe e lo Zeitgeist si fece un pretesto per fare le pizze nel forno a legna. O forse non erano pizze bensì “unschuldige Fleisch”…

Avevo appena svoltato sulla Darwingasse quando capii d’essere finito nella Vienna prebellica, anche se io avevo conosciuto solo una Vienna più recente, una Vienna degli anni ’80, molto più provinciale e quieta, con una maggiore predisposizione al turismo piuttosto che alle feste e ai bagordi notturni, era Vienna, sì, ma non l’attuale turistica, pacificata e gaudente, bensì la “Wien” culla della Psicanalisi, quella Psicanalisi nella quale incappai centrando in pieno un distinto signore un poco imbronciato che camminava per la Pazmanitengasse agitando il sigaro, gesticolando e parlottando fra sé e sé come un matto.

A dire il vero, sulle prime non lo riconobbi. Era un uomo elegante, dall’aria severa e schiva e questo mi ispirò quella ruvida fiducia che il feltro di un cappello di buona fattura dà di sé sotto le dita.
Del mio salto temporale nella Vienna prebellica ne ebbi conferma notando come l’abito che quell’uomo anziano e distinto indossava, fosse fuori moda come le automobili e le genti che per strada giravano a capo chino, vestite anch’esse con abiti anni ’30. Ma non è che fossero tutti così anziani.. ero io che ero precipitato indietro nel tempo e quegli abiti, erano in realtà, contemporanei.

Il fatto mi confortò un poco, una visita alla Vienna degli anni ’30 era pur sempre un’occasione interessante e l’incontro incidentale con quell’uomo mi era sembrato in fondo, di buon auspicio: almeno non ero finito rovesciando tavolini di bar o a ruzzoloni in un vicolo della Firenze di Dante.
Malgrado questo, la sua vista fece riemergere sensazioni di una umida cupezza, il ricordo d’odore di carbone e creolina tipico delle vecchie stazioni.
Intuii subito che in quel suo conversare fra sé, dove non sempre si dava ragione, litigasse per via di profondi dissidi fra l’Io e l’Es.
Non so se fu la luce che gli batteva sul volto o ciò che non era la mia faccia (che, a causa dell’impatto si era “mescolata” con la sua ), a ricordarmi qualcosa o qualcuno.. Rimasi un poco lì a guardarlo mentre si risistemava il cappotto e alla fine lo riconobbi! …Ma sì, era proprio lui: Sigmund Freud! Il Padre della Psicanalisi!
Ma che incredibile coincidenza! Proprio ora che, a causa di questi salti temporali più simili a incubi allucinatori che eventi reali, l’idea di una psicoterapia lenitiva mi avrebbe confortato.

Come ho detto, l’urto fu violento e così cademmo entrambi. Nessuno dei passanti infreddoliti e rapidi si fermò a soccorrerci; ricevemmo invece qualche occhiata insospettita da uomini in divisa appartenenti a una milizia che non riuscii però a riconoscere.
Ci rialzammo insieme, scusandoci reciprocamente, cercando istintivamente di non attirare troppo l’attenzione.
Gli uomini della milizia, dopo aver dato un’occhiata sospettosa si voltarono dall’altra parte e continuarono la loro ronda.
L’uomo, contrariamente al suo aspetto burbero, si dimostrò invece gentile e premuroso: mi prese subito per un braccio e mi trascinò in un portone che richiuse alle sue spalle.
Appena fummo al riparo da sguardi indiscreti ci restituimmo le parti del volto che ci eravamo scambiati nell’impatto.
Lui intuii, forse per gli abiti che portavo, ch’io non fossi della sua gente e perciò mi chiese di dove venissi. Gli spiegai così la mia disavventura e con serietà gli narrai dei miei casuali salti nel tempo. Non parve molto sorpreso per la verità, forse abituato com’era a interrogare il profondo abisso degli “Alpträume” ma subito mi interrogò su ciò che avevo visto e conosciuto della mia infanzia. Fu così preso dalla curiosità professionale che ad un certo punto mi volle analizzare come fossimo al suo studio. Mai fidarsi degli psicanalisti: ve lo dico con cognizione di causa! Perché ad un certo punto Sigmund Freud mi guardò dritto negli occhi e disse:
– Si sdrai! –

…non c’era il divano!

Sapete dove Woody Allen trasse ispirazione per questa battuta? Ma da questo racconto che vi sto facendo!
…Ok, di Woody Allen ne parleremo un’altra volta, perché è tutta un’altra storia…

Finimmo dunque di conversare sui miei trascorsi infantili, sul complesso di Edipo, di Agamennone, di Menelao, di Ettore, di Esiodo, di Peleo, di Telemaco, di Eracle, di Achille, di Poseidone, di Ulisse, di Vercingetorige, di Antigone, di Superman, di Godzilla, dei Pokemon, di Homer Simpson e altri ancora il cui nomi sono impronunciabili senza ridere dolorosamente. E noi non volevamo farci scoprire mentre tramavamo nella Vienna prebellica, dove le oscure forze del male maturavano il loro disegno uncinato.
Si era fatto tardi in effetti e la luce diminuiva, trapassando il lucernario delle scale con luce rossastra. Nel silenzio dell’androne, fu così che con fare preoccupato, lui mi consegnò un manoscritto che io sperai fosse la stesura autografa del mai concluso “Compendio di Psicanalisi”, rimasto poi incompiuto, mentre invece non era altro che un corposo diario dove, così mi disse, aveva tracciato le linee di demarcazione per una corretta interpretazione dei Träume (che nell’idioma germanico sono quelli che noi chiamiamo sogni).

Ma quel manoscritto, mi spiegò stringendomi vigorosamente la mano, non avrebbe mai dovuto cadere in mani sbagliate perché avrebbe potuto sconvolgere il mondo!
Quando ci lasciammo, forse in preda ad una qualche influenza profetica o visionaria o all’intuizione remota che quel dolore alla bocca fosse il carcinoma che lo avrebbe spinto fuori dal sogno, mi pregò di non permettere a nessuno di far passare la notizia che, la “Reichskristallnacht” la Notte dei cristalli, fosse in realtà stata causata da brindisi troppo vigorosi, con relativa rottura dei calici.
Purtroppo, appena uscito dal portone, incappai di nuovo nel tunnel di Einstein-Rosen e il manoscritto, scivolatomi di mano, si perse chissà dove nell’Universo oscuro.
Forse, le “mani sbagliate” di cui parlava il Padre della Psicanalisi erano proprio le mie.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.