Avete mai incontrato uno Yeti? No? Lo immaginavo.. Non è facile incontrare uno Yeti al Bar Deanna o in via del Proconsolo.. beh, in effetti non è lì che l’ho visto. Volete sapere come è andata?
Come ormai vi ho abituato a leggere, quest’anno le vacanze le ho fatte in giro per l’universo e nel tempo.
Ma sì la solita storiella del worm-hole.

Non importa che ci crediate o meno, non ci voleva credere nemmeno lui quando mi ha visto apparire dal nulla. …E ha fatto una faccia!
Ebbene, trovarsi sui monti dell’Himalaya, al freddo e al gelo con davanti una massa di peli spaventosamente intricata, non è poi così piacevole.
Per non parlare della puzza.
Io esco dal tunnel, quello mi guarda con due occhi così e fa, in perfetto slang fiorentino: “Maremma cinta senese! O come t’ha fatto?”
Sì, bellino lui che nel nulla ci vive da sempre!

..Sapete? Lo Yeti non è che parla solo toscano: egli parla in realtà la lingua di chi si trova davanti.

Ma lo Yeti non è come ve lo immaginate voi: quel grosso omone peloso non è come sembra, lo Yeti in realtà è uno specchio.
Per capire com’è dovreste guardarci, dentro lo specchio! Se riuscire a tenere fermo lo sguardo su un punto qualsiasi, dopo un po’ la vista si offuscherà confondendosi e l’immagine di voi vacillerà lasciando intuire un “qualcosa” che non è di questa realtà.
Potrete cioè dare uno sguardo a un mondo parallelo senza fare uso di LSD.
E lo Yeti, dall’altra parte, vedendovi a sua volta, si spaventerà come ha fatto con me (vedi foto).
Insomma, incontrare uno Yeti comporta qualche problema solo per chi pensa che gli Yeti non esistano: ci si può spaventare!
Al contrario di ciò io ebbi invece una bella sorpresa: lo Yeti è una creatura aggraziata, gentile e perfino elegante, a parte i peli grandi come canne di bambù.
Il peluche vivente, presa confidenza, mi narrò poi a gesti (non parlava bene causa l’aver inghiottito i miei Moon-Boot credendoli due brioche) la sua triste storia.
Mi spiegò come si era formata la catena dell’Himalaya a causa della spinta tettonica indiana e poi parlammo di meccanica quantistica elementare, di tranvia, di emergenza piccioni al carcere di Sollicciano, di traffico, di aree pedonali, della crisi del comprensorio, ridendo come pazzi.
Lui però rideva a gesti.
Smise solo quando seppe che Firenze, patria di uomini illustri, artisti e mecenati ha un sindaco con un cognome di sole 5 lettere.
Non ho capito perché ha smesso di ridere.
Poteva continuare.

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Umberto Rossi

Umberto Rossi, svolge segretamente la professione di artista concettuale. Purtroppo per lui. Inizia la sua attività di autore satirico in fabbrica dove, rischiando il licenziamento, fonda insieme ad un gruppo di amici sindacalisti una rivista demenziale a cui da il nome de “L’Osmannaro”,
subito inghiottita dall’oblio. Continua poi la sua collaborazione come illustratore e autore satirico (sia articoli che vignette, strip e rielaborazioni fotografiche e illustrazioni) con riviste e quotidiani di varia natura e fortuna. Inizia nel 1985 con “Nonsolocorsi” una rivista di annunci pubblicitari ormai defunta; poi passa al glorioso e rimpianto “Paese Sera” per un’edizione locale; continua con “La Gazzetta di Firenze” e “La Gazzetta di Prato”, con il quotidiano “L’Opinione” in una edizione locale.
Collabora con “L’informatore” della Coop di Firenze e con alcune riviste satiriche (tutte estinte) quali “Mai dire Sport”, “Fegato”, “Harno” (creata da Cavezzali) “La pecora nera”, “La Peste”, “Par Condicio”, “Veleno” e altre amenità. Autore satirico riluttante cerca di mantenere la sua indipendenza evitando il più possibile di pubblicare.