(foto da http://www.telegraph.co.uk/)

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Qualche giorno fa, giusto per curiosità, mi sono messo a controllare cosa succederebbe se sopravvivessi a Londra fino all’età della pensione. Così sono andato sul sito del governo e ho scoperto che si può andare in pensione dopo 30 anni di contributi e a 67 anni di età. Niente di strano direte voi. Infatti la parte “divertente” è venuta dopo, quando ho letto a quanto ammonta il massimo, e sottolineo il massimo, che una persona può ricevere come pensione statale: 113 sterline a settimana, ovvero 489 sterline al mese.

In gran parte del Regno Unito non ci si sopravvive con quella cifra, a Londra ci si può pagare l’affitto di una singola in zona 3 in una casa in condivisione, che a 67 anni potrebbe non essere l’ideale.

Certo, potreste avere diritto ai sussidi per la casa o ad un alloggio pubblico, come nel resto d’Europa, ciò non cambia il fatto che se non vi sarete costruiti una pensione da soli ricorrendo al settore privato o se non avete lavorato per un’azienda che nel contratto prevedeva uno schema pensionistico, vivrete nella miseria.

Insomma, l’Inghilterra non è una socialdemocrazia scandinava. Fatevene una ragione. Il Regno Unito in Europa è infatti secondo solo al Portogallo per indice di diseguaglianza economica (l’Italia viene subito dopo), mentre Londra è prima nel mondo, in solitaria. Al suo interno esiste l’unico Council con nessun disoccupato di tutta l’Inghilterra e quello con la percentuale più alta di persone che ricevono il sussidio di disoccupazione. Il divario tra la porzione di popolazione più ricca e quella più povera di Londra ha raggiunto i livelli di 200 anni fa, quando ancora non era stata abolita la schiavitù.

Il paese è in fondo alle classifiche per quanto riguarda gli indici di tutela dei lavoratori. Non esistono “articolo 18”, cassa integrazione o liquidazione. Il Welfare esiste solo nelle bocche di coloro che vogliono abolirne gli ultimi brandelli. Briciole, come il sussidio di disoccupazione che ammonta a un massimo di 70 sterline alla settimana, i child benefit che ammontano a un massimo di 20 sterline a settimana per il primo figlio e 13 per tutti gli altri.

Ciò in un paese in cui i costi per l’istruzione superiore, che permette l’accesso ai lavori più retribuiti, sono proibitivi per le famiglie meno abbienti. Solo la retta per l’università ammonta a 9000 sterline.

Dagli yuppies degli anni 80, si è passati agli endies degli anni ’10 (Employed but with No Disposable Income or Savings per gli amanti degli acronimi inglesi), cioè milioni di persone che nonostante abbiano un lavoro e quindi non siano eleggibili per i benefit, non guadagnano comunque abbastanza per arrivare all’ultima settimana del mese con qualche soldo in tasca, specie nella capitale. Nel mentre, tutti i partiti, in vista delle elezioni del 2015, propongono una riduzione delle tasse sui redditi medio/alti, già ridotte negli ultimi anni.

Ciò è abbastanza significativo di come funziona tutto il sistema. C’è chi lo chiama meritocratico, forse, entro certi limiti, di sicuro selvaggio. È il mercato, quasi allo stato puro, nel luogo in cui è stato concepito, ed è curioso che spesso piaccia e sia portato ad esempio da chi in Italia invece dice di battersi per una società diversa e poi rimane abbagliato dalla favola del self made man. Non c’è niente di romantico o di eroico in quest’arena di gladiatori. Ci sarebbe anzi da interrogarsi sul perché sia diventata attraente per tante persone, perché le ragioni per andare a vivere a Londra sono molte, ma i benefit e la giustizia sociale non sono tra queste.

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