Mar morto
Si entra bagnati fino al midollo, col sale che ti appiccica i capelli e la paura di morire ancora nel cuore; cosa può confortare di più se non una calda osteria, un buon bicchiere di vino e un pasto caldo? Allora, solo allora, può confortare l’anima, dopo che il corpo è sazio e ristorato, quel dolce cullare di suoni che solo i racconti di mare possono dare.
I vecchi pescatori rientrano trascinando il peso di mille avventure; dalla frustante bonaccia all’impetuosa della tempesta. Se a raccontare sono i marinai dei saveiros brasiliani del golfo di Bahia, tutto acquista una musicalità particular. Ogni ruga, ogni solco del viso bruciato dal sole ricorda un pericolo scampato.
E in questo diario di mare un posto di primo attore è lasciato a Guma il giovane che col suo saveiro ha salvato un piroscafo dal naufragio. Lui ha sfidato la tempesta e la notte facendosi beffa di Iemanjà, la donna d’acqua, che porta con sé gli uomini di mare. Ma non è ancora il suo tempo. Così raccontano di lui come si racconta della mulatta Rosa Palmeiro che vive nelle bettole e che ha un pugnale nel reggiseno, che beve come una spugna e che si batte nelle risse di porto come un leone. E il movimento lento della risacca, con i suoni dei rammendatori di rete si confonde con le storie del vecchio Francisco, che è l’unico che ha visto Janina (altro nome della donna d’acqua) e non è stato portato nelle profondità dell’oceano.
Tutto il libro ripete le gesta di questa popolazione di fiume e di mare, fra lutti, bevute, risse e tanto amore. Storie di incontri di un attimo o di una vita, fra miseria e sogni inarrivabili. Su tutto la magica armonia delle parole e del dondolio del mare, in una miscela di magia e di mistero che solo nei vecchi porti di una volta si può ormai ritrovare.
Edizione commentata
Jorge Amado, Mar morto, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985
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