Dio, quanto mi odio. odio me stesso più di quel mezz’arabo, che in cinque minuti ha segnato quanto me in mezza stagione. mi odio più di quei mezz’uomini, che nell’eco dello stadio fanno stridere i loro fischi al solo sentire il mio nome. e mi detesto più di quei fottuti baristi, che sotto Monaco sanno riconoscere a malapena una birra doppio malto.
era caldo, quel giorno. un caldo asfissiante che ti toglie l’aria, che scioglie il ghiaccio istantaneamente, dentro quel tuo bicchiere pieno di scotch. ma dovevo immaginarmelo quel giorno; immaginarmi che non sarebbe stato per sempre bello. ma cazzo, se era bello. bello da fare invidia ad un Dio, che placidamente si posa su un pennone ed osserva tutte quelle persone: venticinquemila, tutte là, tutte per me. forte come Thor, saggio come Odino: più mi guardavano e più vedevano in me una figura mitologica, un personaggio epico pronto a trascinarli verso traguardi di cui non si può parlare, ma di cui tutti sanno e in cui tutti sperano.
ma dovevo immaginarlo che non sarebbe stato sempre così. così epico. così bello da lasciare senza fiato, come quel caldo pomeriggio di luglio.
me ne entrai in un bar, come un eroe che si gode il suo meritato trionfo. e nella mia gloria, chiesi uno scotch: “On the rocks”. fottuto barista che non sapeva, non chi io fossi, ma “on the rocks”. strafottuto il suo gesto; che al posto dello scotch, chiese se volessi provare un altro liquore. non uno qualsiasi, ma uno che fanno con i carciofi: il Cynar.
non so se il mio Dio sia il suo stesso Dio. di sicuro, il mio beve meglio del suo.

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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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Caro Neto ti scrivo