L’immagine che meglio rappresenta quello che ho provato in questi anni è una scena del film della Walt Disney “Le follie dell’imperatore” quando il contadino e l’imperatore Kuzco, trasformato in un lama parlante, si ritrovano legati schiena contro schiena al tronco di un albero in un fiume andino ed uno domanda all’altro:  “Stiamo andando verso un’altissima cascata? Con massi appuntiti?” e, al sì dell’altro, replica accondiscendente “…e andiamo!”. Così mi sono sentita io quando il medico di turno, nel modo più garbato possibile, mi dava la drammatica diagnosi di malattia. Ho sempre pensato: riparto da qui, tutto quello che valeva finora non vale più, dobbiamo riconvertire il nostro modo di vivere ed accettare, soprattutto accettare che sia così. Credo che l’accettazione sia il primo passo per poter vivere serenamente realtà difficili. Tutti sappiamo che i bambini si ammalano anche di tumore o di meningite, ma i bambini degli altri, perché queste sono le cose che succedono agli altri. Non a me, non ai miei bambini. Accettare di essere passati nella schiera degli “Altri” è il primo passo. Benvenuti! Entrare in questo nuovo mondo mi ha svelato un’altra me, facendomi diventare più allegra e sicura, direi quasi spensierata perché tutte le cose che mi preoccupavano “prima” sono svaporate come acqua al sole. Il mondo difficile in cui vivevo e vedo vivere molti non è più il mio, i problemi che affliggono gli altri, con vite normali, neanche li vedo; sono in un’ottima posizione, direi, perché posso solo risalire.  Mi ha salvato la curiosità, in me sempre più forte della paura. La curiosità di capire cosa sarebbe successo e perché, la curiosità che mi ha riempito la testa di domande, che mi ha costretto a capire come si legge un emocromo, una tac, un esame audiometrico, a scoprire cosa fosse il “riflesso stapediale non evocato” che attestava la sordità di Manu, perché se non capisco non so come muovermi. Ma la mia curiosità è sempre stata esaudita. La dr.ssa Lippi, oncologa del Meyer, davanti al mio disorientamento, disse: “chieda tutto ciò che vuole, meglio una domanda stupida di un dubbio” autorizzandomi ad inondarla di quesiti. Ricordo che un pomeriggio di settembre entrò il pediatra di turno (dr. Pacciani, mi sembra di ricordare) nella stanza della terapia intensiva neonatale di Torregalli, dove trascorrevo il pomeriggio a guardare Manu in coma e, sorridendo, mi disse: “Stasera è una serata tranquilla, io mi siedo qui con lei e rispondo a tutte le sue domande perché è meglio una domanda stupida di un dubbio…”. Trascorse due ore a spiegarmi funzionamento del cervello e conseguenze della malattia, chiarendomi molti aspetti. Due dei tanti, medici, terapisti, educatori e insegnanti, che in questi anni mi hanno sempre ascoltato e risposto, quasi accompagnandomi. Questo patrimonio di persone, che altrimenti non avrei conosciuto, e di conoscenze apprese grazie alle malattie è il mio bicchiere mezzo pieno, il lato positivo, la dimostrazione che le difficoltà della vita sono anche opportunità. La mia visione del mondo senza problemi nasce da qui, da una diagnosi di leucemia ad un bambino coraggioso che mi disse “dimmi la verità”.

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