#diversoLe frasi.

Ve le ricordate le frasi? Soggetto, predicato verbale, complemento oggetto?
L’analisi grammaticale e l’analisi logica?
Ancora oggi ho dei bellissimi flashback di quando andavo alle elementari e le mie dolcissime maestre Ester e Maria Grazia ci facevano comporre le prime frasi per poi scomporle e analizzarle.
Quelle cose all’epoca erano una palla mostruosa, un po’ come tutte le cose che devi imparare per imposizione. Oggi sono molto affascinato dalla corretta forma di scrivere e di esprimersi e per questo soffro quando mi capita di rileggere una frase o un discorso in cui, per distrazione, fretta o errore di battitura, ho scritto un’eresia ortografico-grammaticale.
È che l’avvento della tastiera e della “fretta” di comunicare, hanno dato e danno continuamente grossi spintoni alla grammatica, alle regole grammaticali e all’ortografia, imponendo nuovi stili di espressione e nuovi termini da usare. Più immediati, più svelti, più smart ecco.
Sì, usiamo questo termine che fa più moderno.

A dare il colpo di grazia poi ci pensano loro, gli ormai famosissimi “social”, questi ambienti virtuali, inesistenti fisicamente ma fin troppo presenti nella nostra vita.
Che colpa possono avere i social? Beh, loro in quanto tali, nessuna. Così come una pistola non ha colpa se uccide qualcuno, perché lo sappiamo bene che un’arma (o qualsiasi altro oggetto inanimato) ha bisogno di una mano, un braccio e una mente che ne determinino lo svolgimento della sua funzione, buona o cattiva che sia.
Idem per i social, che rappresentano un’arma potentissima, uno strumento per veicolare informazioni di qualsiasi genere (parole, immagini, suoni) con la rapidità del battito di un tasto, a qualsiasi latitudine, in qualsiasi momento.
Proprio questa condivisione di massa, questo essere tutti parte di uno stesso enorme, infinito gruppo, fa sì che certe abitudini, certe maniere di dire, di fare, di pensare, si tramandino di tastiera in tastiera, di città in città, di paese in paese.
A volte è un bene, a volte no, affatto.
Ci sono sistemi di scrittura che nascono con uno scopo ben preciso, hanno cioè una funzione e sempre più spesso si finisce per ignorarla quella funzione, semplicemente e superficialmente si assume quel modo di scrivere perché lo vediamo fare a tanti, a tantissimi, a tutti.
Dunque “se lo fanno tutti, devo farlo anch’io”.
Ed ecco che diventiamo delle scimmiette ammaestrate che ripetono sistematicamente ciò che fanno altri individui della nostra specie, senza pensare se questo agire abbia senso oppure no.

Anche io sono un grande utilizzatore dei social. Chi non lo è ormai?
In questi giorni sto provando, devo essere sincero, un certo fastidio nell’osservare l’enorme, immensa, straboccante presenza di questo innocuo simbolino: #
Il simbolo del “cancelletto” (hash, in inglese) da quando è diventato una sorta di interruttore che “accende” le parole facendole diventare “visibili ai social”, ha creato dei mostri.
Molte persone non scrivono più frasi complete. Lo sto notando da tempo.

L’hashtag (altro non è che una parola preceduta dal #) nasce nel 2007 e assume significato su Twitter.
Si usa per creare delle parole chiave (parole “visibili ai social” come ho scritto sopra) in modo da essere rintracciate da chi è interessato ad un certo argomento.
Parlo di design su Twitter e allora inserisco la parola chiave #design in modo che tutti coloro che sono interessati a questo argomento, digitando il magico hashtag #design, possano raggiungere tutti i post (altro termine smart) in cui questo compare.
Chiaro no? Ha una funzione, uno scopo.

Il problema, la fonte del mio fastidio, nasce dalla degenerazione che questa pratica, così come tante altre, sta vivendo.
Molte persone, moltissime, non scrivono più le classiche frasi belle, chiare, complete, ma scrivono dei singhiozzi, sputano hashtag.
Per descrivere una meravigliosa giornata di sole trascorsa al mare, magari una bella cena in spiaggia, il tramonto e le emozioni (ma possono anche scrivere della noia al lavoro o di qualsiasi altro argomento), realizzano qualcosa che risulta essere più o meno così:
#mare #happy #emozioni #sunset #cena #meraviglia #spiaggia #sabbia #conchiglia #unpaguro #gabbiano #love #barca #orizzonte #freschino

Trovo decisamente brutto (ecco sì, brutto è il termine giusto) in questo mondo di “belli e creativi”, tutto questo appiattimento, questo uniformarsi a dei comportamenti che portano sempre più persone a far parte di un esercito di individui tutti uguali, privi di una personalità unica e di uno stile originale e distintivo, laddove l’essere “diverso” viene poi sbandierato come caratteristica del proprio essere.

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Sergio Lipari

Fiorentino, laureato in Industrial Design presso la Facoltà di Architettura di Firenze, non amo definirmi, forse perché non so come definirmi.
Sono viaggiatore e lettore, mi occupo di design, grafica e fotografia.
Ho due grandi passioni che mi accompagnano fin da piccolo e proprio non riesco a farne a meno: la chitarra e il LEGO.
Con quest’ultimo, mi diverto a interpretare e raccontare la realtà che mi circonda, in un esercizio che sta a metà strada fra il ludico e il serio.
Ho vissuto a Barcellona e mi reco spesso in Messico, dove ho lavorato e soggiornato per lunghi periodi. Amo Frida, Diego e il mezcal, che in una calda, stellata notte messicana mi ha regalato la sbronza che mai scorderò in vita mia.

www.50019id.com