Nel cuore di Parigi mi sono imbattuta in un cantiere per la costruzione di un grande e moderno centro commerciale con tanto di parco. Dentro il cantiere spiccano i container assemblati come tanti mattoncini lego su quattro piani. La ragazza che è con me e che vive in periferia mi dice che quei container sono decisamente migliori delle baracche che ha intorno a casa o che i san papier pagherebbero oro per dormire lì visto il gelo di questi giorni. I colori dei container riprendono i colori delle scritte dei manifesti dei lavori e delle piante dei progetti. C’è pure una sorta di terrazza dove puoi salire e guardare i lavori e su ogni lato ci sono le figure che ti spiegano come verrà. Ti viene da pensare, altro che vecchietti appoggiati sulle transenne a guardare i lavori per le strade, qua anche il cantiere, il lavoro in corso è spettacolo, è evento, è storia da seguire. Guardi gli operai che si muovono, tutti rigorosamente con i dispositivi di protezione e ti chiedi se questa trasparenza e questa armonia e rispetto delle regole che vedi sia solo apparenza o anche sostanza. Quando torni in Italia e leggi dei cantieri Tav del nodo fiorentino, dei materiali scadenti, del sospetto di camorra, truffa, corruzione, ripensi al nome della maxi talpa messa sotto sequestro, Monna Lisa. Perché una cosa che fora e trapassa una città ha il nome di uno dei capolavori di Leonardo? Certo, il sorriso beffardo, le colline dietro, l’identità della Gioconda che tanto hanno fatto discutere e smuovere studi e dibattiti un po’ ti fanno sorridere amaramente ripensando a tutta la vicenda TAV. Ma un quadro gioiello del Louvre, che dovrebbe farci pensare al genio, alla bellezza, al fascino di una delle menti italiane più rivoluzionarie può rappresentare quel cantiere nel cuore di Firenze? Bisognerebbe riprenderci un po’ di orgoglio italiano per dimostrare che siamo ancora capaci di creare bellezza.

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