Con il termine piloerezione si indica il fenomeno fisiologico dell’erezione dei peli dell’epidermide causata dalla contrazione dei relativi muscoli erettori; pelle d’oca, per coloro che non hanno una laurea in medicina. Tale riflesso involontario si manifesta a fronte di stimoli nervosi comunemente sperimentabili in situazioni, ad esempio, di freddo intenso, di paura o di eccitazione. La cute anserina (i medici adorano utilizzare svariati sinonimi, purché rigorosamente incomprensibili ai più, per indicare il medesimo fenomeno) nell’immaginario comune è talmente legata alla sfera emozionale da aver reso frequente l’utilizzo dell’espressione “da pelle d’oca” per indicare uno stato di forte emozione, sia con valenza positiva che negativa.

Alla maggior parte di noi sarà capitato di sentire o utilizzare l’espressione “da pelle d’oca” riferita ad un film, ad un libro o ad un brano musicale, per indicare che suscita forti emozioni.

Ma è davvero così? Un film, un libro o un brano musicale possono indurre la pelle d’oca?

Come spesso accade, per avere una risposta bisogna porre la domanda agli americani, che notoriamente effettuano approfonditi studi su qualunque fenomeno per indagarne cause, effetti e correlazioni. Quando non sprecano il loro tempo occupandosi del genoma umano o dell’individuazione scientifica del lunedì più triste dell’anno (lo scorso 15 gennaio, per la cronaca), si occupano di musica, l’unico argomento oggettivamente degno di attenzione.

L’Università di Harvard, non propriamente un’università di provincia, ha effettuato uno studio, pubblicato sulla rivista Social Cognitive and Affective Neuroscience, su un campione di 20 studenti (selezionati tra 237 candidati): metà che aveva sperimentato brividi all’ascolto dei propri brani musicali preferiti e metà no.

Scansioni cerebrali dei soggetti durante l’ascolto e test specifici per misurare la risposta fisiologica agli stimoli musicali hanno evidenziato che le strutture cerebrali di chi sperimenta i brividi ascoltando la musica presentano caratteristiche particolari.

Trattandosi di uno studio, nell’articolo vengono evidenziati materiali, metodi e risultati in maniera scientifica, giungendo alla conclusione che chi ha la pelle d’oca quando ascolta la propria musica preferita presenta un numero maggiore di connessioni neurali tra la corteccia uditiva e le aree che elaborano le emozioni: in questi soggetti la corteccia uditiva e le aree adibite alle emozioni comunicano meglio.

Annaspando tra i grafici, le formule e i dati non si trova, però, l’informazione fondamentale: quali brani hanno suscitato la pelle d’oca e quali no.

Se è universalmente noto che “The Lamia” dei Genesis può far venire la pelle d’oca anche ad un portacenere, qualche dubbio ci sarebbe sulla potenzialità piloerettiva dei concerti per clavicembalo di Scarlatti.

Attendiamo con ansia uno studio che confuti la tesi dell’Università di Harvard, dimostrando che le differenze tra i soggetti che hanno la pelle d’oca durante l’ascolto musicale e quelli che non ce l’hanno non sono da ricercare nelle connessioni neurali, ma nei gusti musicali.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.