L’Istituto Comprensivo Italo Calvino di Milano è in questi giorni al centro di una protesta, non del tutto immotivata. Il fatto che ha scatenato l’ira di alcuni genitori (si suppone non “padri” e “madri”, ma “genitori 1” e “genitori 2”) è stato il testo scelto per l’invito alla festa di Natale organizzata dall’istituto: «la grande festa delle Buone Feste».

Scomparso il termine “Natale”, troppo legato alle radici cristiane della ricorrenza, perché il suo utilizzo potrebbe urtare la sensibilità di chi il Natale non lo festeggia. Graficamente, invece, nell’invito vengono utilizzati ampiamente simboli che riconducono all’iconografia del Natale; evidentemente perché a livello testuale si rischia di urtare la sensibilità, mentre a livello grafico no; sensibilità ritenuta a compartimenti stagni, parrebbe. Senza contare che se uno non festeggia il Natale, augurargli Buone Feste non cambia molto la sostanza, gli si augura in un modo diverso qualcosa che probabilmente non gli interessa e non appartiene alla sua cultura.

Ciò che colpisce maggiormente è come, in nome di un ipotetico rispetto di una minoranza, si manchi di rispetto ad una maggioranza. La tradizione del Natale, che si badi bene non ha solamente connotazione religiosa, appartiene alla nostra identità nazionale. Utilizzare correttamente il termine “Natale” è una manifestazione di rispetto della cultura, della tradizione o della fede di un gran numero di persone.

C’è da augurarsi che anche in Toscana vengano adeguatamente raccolti tali esempi di civiltà e che in occasione, ad esempio, della prossima “Sagra del cinghiale” si affiggano manifesti che non urtino la sensibilità dei vegani. In tal caso si potrebbe optare per una dicitura più politically correct, come “Sagra del piatto preferito da Obelix”, anche se ci saranno oggettive difficoltà in casi come quello della “Sagra del tortello”, dove difficilmente si riuscirà a trovare una formulazione che non offenda la sensibilità dei celiaci.

Ciò che sembra che si stia perdendo è il senso del limite, il senso dell’opportunità, il senso della misura. Forse perché chi si erge a strenuo difensore dell’altrui sensibilità, in realtà ne è scarsamente dotato.

L’aspetto che più intristisce è che tale manifestazione di ottusità arrivi da un’istituzione, la scuola, che dovrebbe invece insegnare il rispetto attraverso la valorizzazione delle differenze e l’integrazione attraverso la conoscenza delle varie culture.

La scuola dovrebbe contribuire ad aprire la mente, non a chiuderla

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.