Una rubrica di cinema dovrebbe, solitamente, invitare ad andare al cinema, scegliere uno dei film più belli e raccontarlo al punto da convincere i lettori a rinunciare a qualsiasi loro appuntamento e correre ad infilarsi dentro una sala con gli occhi pieni di speranza. Poi è vero, c’è anche la critica che smonta ogni film con rancore e odio, ma come dice Antoine Ego: “nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale”.

Quindi qui non smontiamo film. Anzi, li amiamo.

Ma questa settimana vale la pena stare a casa e fare l’amore sul divano con l’ennesimo capolavoro della HBO: Big Little Lies. HBO vuol dire True detective, vuol dire Show me a hero e Trono di spade, vuol dire Girls e Westworld. Sono capaci di tirare fuori una storia avvincente e emozionante anche da una giunta comunale del partito democratico (americano), come hanno fatto con Show me a hero appunto.

Ma questa volta il rischio era alto, perché Big Little Lies mette le telecamere davanti alle scuole dove tutti quei genitori che non hanno bisogno di lavorare parcheggiano i SUV sui marciapiedi e si fermano per ore a creare buchi neri di civiltà con le loro conversazioni fatte di cattiverie e gossip. Chi vorrebbe mai appassionarsi a una cosa del genere? Sembra più avvincente una diretta 24h sui dialoghi tra Di Battista padre e Di Battista figlio, vi capisco. Però fidatevi, Big little Lies è qualcosa che fa male. Ma lo fa con la bellezza torbida e disturbante della regia di Jean Marc Vallée (Demolition, Dallas Buyers Club e Wild). È la storia di un omicidio e di tutto quello che viene prima e dopo dalle parti del Big Sur. Puntata dopo puntata le telecamere affondano dentro i personaggi spogliandoli e rendendoli sempre più umani e complessi. C’è l’oceano pacifico immenso e sconfinato, c’è l’oceano inquieto e violento dei pensieri dei protagonisti. Ci sono Reese Whiterspoon e Shailene Woodley con due personaggi dolci e violenti. C’è una colonna sonora con B-52, Alabama Shakes, Fleetwod Mac, PJ Harvey e Sufjan Stevens. C’è una sigla iniziale che nel giro di due minuti vi stacca dal divano di casa e vi porta in una California in bilico tra sole e nebbia, sole e nebbia, sole e nebbia.

Ecco, quindi questa settimana non andata al cinema, state sul divano, attrezzatevi con un streaming e sottotitoli, tanto non c’è niente di meglio da fare.

 

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.