“In carcere si fa questo: si percuote un detenuto; sotto le percosse il detenuto muore, ed allora tutti si preoccupano e si preoccupano non soltanto gli agenti di custodia che hanno percosso il detenuto, ma anche il direttore, il medico, il cappellano e tutti coloro che fanno parte del personale di custodia. Ed allora fanno questo: denudano il detenuto, lo legano all’inferriata e lo fanno trovare così appeso. Viene il medico e fa il referto di morte per suicidio. Questa fu la fine di Bresci. Bresci è stato percosso a morte, poi hanno appeso il cadavere all’inferriata della sua cella di Santo Stefano, dove io sono stato un anno e mezzo”. Questo è il racconto di Pertini. L’ho letto prima di prendere un gommone e scendere sull’isola di Santo Stefano per visitare il carcere. Salvatore è una guida speciale. Cerca di lottare contro le erbacce e il degrado e tenere viva la memoria. Instancabile cerca e custodisce storie. Davanti alle celle ho un certo pudore a entrare. Mi guarda e mi viene di dirgli della sentenza di primo grado sul caso di Stefano Cucchi. Lui scuote il capo e dice che in Italia la giustizia non abbiamo ancora imparato a difenderla. L’ospedale dove è stato lasciato morire Stefano nell’ottobre del 2009, un uomo di 31 anni con un corpo disfatto dalle botte dopo pochi giorni di carcere, si chiama Sandro Pertini. Oltre alla giustizia per Stefano, dovremmo chiedere che venga tolto quel nome a quell’ospedale, perchè è un’offesa a lui, a noi, alla storia della nostra Repubblica. Guardo le ginestre in fiore. Dovremmo portare i bambini e gli adulti a Santo Stefano per farsi contagiare dalle parole di Salvatore, di chi crede ancora che una storia, un luogo, nomi di uomini siano capaci di insegnarci qualcosa a dispetto dello Stato che sta lasciando andare in malora giustizia, diritti, memoria e carceri.

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