La pizza l’hanno inventata i napoletani, è diffusa in ogni angolo dell’universo e rappresenta l’Italia. Su questo non ci piove. A mio parere non piove nemmeno sul fatto che la pizza, proprio perché ormai si è trasformata in un valore universale, è una cosa di tutti. Non serve disquisire sulla sua ricetta originale. Giustamente ognuno la ripropone come meglio crede. La pizza è come un’opera d’arte conclamata. Nel momento che diventa pubblica non è più proprietà dell’autore. Ognuno guardando un quadro, leggendo una poesia, ascoltando della musica, mangiando una pizza ci può trovare quello che vuole. E questo non necessariamente corrisponde a quello che l’autore vuole.

In Borgo san Frediano, tra piazza del Carmine e quello che non resta del cinema Eolo, c’è una vetrina. La vetrina si vede solo dalle 18.00 fino a tarda notte. Prima e dopo di questi orari è un bandone anonimo. Nella vetrina su un aggeggio che cade dal soffitto c’è scritto “da Gherardo”. La prima stanza ha al centro un bel tavolo. La seconda è una stanza più piccola che confina con la cucina. La cucina è praticamente un forno. Dal forno escono continuamente le pizze. Il pizzaiolo si chiama Gherardo. Le pizze sono meravigliose. L’arredamento è essenziale. Alle pareti non ci sono le foto di Totò e Peppino vestiti da montanari a Milano nel film “Totò, Peppino e malafemmina”, o, peggio, di Alberto Sordi nella foto famosa dove addenta il piatto di pasta nel film “Un americano a Roma”, o, ancor peggio, un gagliardetto del Napoli. Niente di tutto questo. Solo una bella caffettiera e qualche altro oggetto mirato. Nell’aria non c’è la musica della tarantella, ma la musica e la voce di Edith Piaf.

E soprattutto c’è una lavagna dove ci sta scritto il menù. Anche il menù è essenziale. Il menù ha un titolo, che poi è la sintesi di una filosofia, a cui Gherardo sembra attenersi scrupolosamente. Il titolo è “non è cosa, ma è come“. Non importa infarcire le pareti della propria pizzeria di tante fesserie, non importa riempire la propria pizza di tanti ingredienti. Quelli che contano sono pochi. E quelli vanno scelti con cura. Nella pizza le cose che contano sono poche. Concentriamoci su quelle: la pasta, l’acqua, il pomodoro, la mozzarella. Ovviamente questo è il punto di vista di Gherardo.

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Giovanni Grossi

Ho cinquantanni e per il mio lavoro ho la fortuna di girare per Firenze in bicicletta e quando scendo dalla bici vado a piedi e quando sono stanco salgo sull’autobus. Il mio primo amore è la scrittura ed il mio primo amore dura tuttora. Sono tra i fondatori dell’associazione Tandem di pace e sono nella giuria del premio letterario fogli di viaggio dedicato alla figura di Tiziano Terzani. Adoro i miei figli e mangiare un panino con l’hamburger la domenica sotto la curva Fiesole. Dimenticavo….il mio primo odio è la juve ed anche questo dura tuttora.