L’elezione di Donald Trump come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti è stata ampiamente commentata. Non è questa, quindi, la sede per ulteriori considerazioni di carattere politico. Nella sovrabbondanza di aspetti su cui esprimere pareri, giudizi, opinioni, però, ce n’è uno su cui non sono, almeno fino ad ora, stati spesi troppi commenti: il modo in cui ha lasciato il pulpito alla fine del suo primo discorso.
Il discorso, più equilibrato e rispettoso di quanto molti si sarebbero aspettati, ha avuto una conclusione che di rispettoso ed equilibrato ha ben poco. Dopo aver parlato per poco meno di un quarto d’ora, si è accomiatato dalla platea dispensando alla famiglia un abbraccio poco più affettuoso di quello che si dà di solito alla prozia ottuagenaria che vedi una volta ogni tanto, uscendo di scena con un sottofondo musicale estremamente significativo: “You Can’t Always Get What You Want” dei Rolling Stones.
Non “Bridge Over Troubled Water” di Simon & Garfunkel, ma “You Can’t Always Get What You Want” dei Rolling Stones.
La scelta è anche più significativa se si tiene conto del fatto che i Rolling Stones hanno diffidato Trump dall’utilizzare le loro canzoni nei suoi comizi in campagna elettorale e da mesi, ormai, gli Stones e Trump sono alle vie legali.
Perché scegliere un brano che ti è stato vietato di utilizzare? Per dare un doppio messaggio: da un lato la scelta del brano con un simile titolo suona come una presa per i fondelli di chi non l’ha votato, più strafottente che ironica; dall’altro la scelta di un brano che era stato diffidato dall’utilizzare suona come una dimostrazione di potere; quel potere che vedremo solo nei prossimi mesi, o addirittura anni, come utilizzerà.
Forse, rispetto ai toni della campagna elettorale, ha alzato il livello della sua comunicazione.
Ne vedremo delle belle.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.