La mia mamma ha sempre parlato per proverbi: “Chi semina vento raccoglie tempesta”, “A lavar la testa all’asino ci si rimette tempo e sapone”, “Non trovar chi dice che chi crede non manca” e così via, così discorrendo. Con un’aggiunta leziosa, quando mi vedeva dimessa: “Un filo di tacco, un filo di trucco”. Uno dei più ricorrenti, quando ero bambina, recita: “Non tutto il male vien per nuocere”, ce lo diceva davanti alle difficoltà ed ai primi dolori che sembravano insormontabili. Mi è tornato in mente qualche sera fa davanti all’ennesima richiesta di Manu che voleva comprare un gioco per la PS3 (che peraltro non costano poco) e che, come tutti i figli, punta a prenderti per sfinimento, accampando la pretesa fino a quando non cedi e dici “sì!”. Nel suo buffo italiano mi ripete “io compra transformer Ps3, te dici sì o no lunedì, martedì, mercoledì, io non so”. Ma io stavolta non ho intenzione di cedere perché non più di due giorni prima è andato al CRO accompagnato, previo pagamento anticipato di equo compenso, da Cosimo, il fratello “grande” ed è tornato trionfante con un orologio subacqueo che voleva per andare in canoa. Non può pensare di chiedere ed ottenere sempre. “Adesso che ci sente deve essere educato!” tuonò il dottor Losco quando capimmo che Manu, finalmente, discriminava la voce umana dagli altri suoni che gli arrivavano dall’impianto, ben conoscendo l’inclinazione dei genitori a viziare i figli disabili, perché già sfortunati. Noi perciò abbiamo iniziato ad educarlo o, perlomeno, ci stiamo provando. Ed un tentativo è stato quello di qualche sera fa; infatti davanti alla reiterata richiesta di comprare il gioco gli rispondo perentoria che no, non può avere tranformer per la ps3, deve saper aspettare, ha già comprato l’orologio.  Va su tutte le furie e, non potendo ribattere a parole, mi sferra istintivamente un pugno sull’avambraccio sinistro, facendomi più male di quanto immaginasse. Io mi adiro a mia volta e lo rimprovero duramente a voce alta (resistendo alla voglia di mollargli un ceffone!) per 5 minuti buoni nei quali rimane in piedi a capo basso di fronte a me, apparendo contrito e dispiaciuto, confermandomi la validità della mia reprimenda educativa, seppur furiosa. Terminato questo siparietto se ne va in camera sua; Federico, che ha assistito a tutta la scena, continuando imperterrito a leccare il gelato, mi guarda e dice: “posso dire una cosa?” Mentre cerco di riprendere il controllo e di calmarmi, gli rispondo brusca: “Sentiamo”. E lui placido mi rivela: “Guarda che non ha sentito niente di quello che gli hai detto perché ha spento l’impianto…”. Non tutto il male vien per nuocere, appunto.

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