Con un nome di battesimo come Gordon Matthew Thomas Sumner, la scelta di avere un nome d’arte era quasi obbligata. “Sting” suonava decisamente meglio, era più facile da ricordare, era ironico e poi, diciamolo, alla fine era solo il nome d’arte di uno dei componenti di una band; quello che contava, più che altro, era il nome del gruppo: Police.

I Police, di indubbia importanza nella storia della musica, hanno avuto però vita breve: cinque anni, reunion a parte. Come solista, invece, il vecchio Gordon si è rivelato assai più longevo, dato che sta allegramente saltellando tra diversi generi musicali da oltre tre decadi.

20160728_213521Quest’estate Sting ha deciso di aggiungere tre date (Roma, Firenze e Milano) al suo “Back to bass” tour, che da cinque anni sottolinea la sua volontà di prendere le distanze dagli ultimi lavori (orchestrali, folk, biografico-intimisti) per tornare a dare uno sguardo agli anni del suo passato meno prossimo, sia quelli come solista, che lo hanno visto accarezzare jazz, rock e pop, sempre con grande professionalità e spesso con grande talento, sia quelli intramontabili, che pur appartenendo all’era Police, si è sempre portato con sé, nel cuore e nelle setlist.

Tre date estemporanee come queste possono essere anche intese come un tributo al nostro Paese, in cui risiede ormai da anni. Sicuramente lo spirito italiano lo ha influenzato; con un approccio velatamente nepotista ha fatto aprire  la serata ad un supporter sconosciuto ai più, ma dal cognome indicativo: Joe Sumner, che, ad onor del vero, nel suo breve set acustico ha mostrato il pregevole tentativo di voler affermare una identità autonoma, staccandosi dal modello paterno, anche se in alcuni passaggi vocali la parentela si notava, riecheggiando i suoi ascolti giovanili (ha 41 anni), tra tutti Paul Simon e i Nirvana.

20160728_213422Cosa differenzia queste tre serate dalle date precedenti del “Back to bass”? In realtà poco. Giusto qualche reminiscenza dell’attività recente. Sting ha trascorso l’ultimo mese in giro per gli Stati Uniti in tour con Peter Gabriel: 21 date in 33 giorni. Era dai tempi dei tour di Amnesty degli anni ottanta che i due non si frequentavano artisticamente. A giudicare dalle testimonianze filmate, in questo tour americano i due si sono parecchio divertiti ad eseguire l’uno le canzoni dell’altro e a cantare insieme. Dopo quello che è stato, si scusi il gioco di parole, un tour de force, era lecito aspettarsi uno Sting affaticato e bisognoso di riposo. Al contrario, lo Sting che si è presentato sul palco della Visarno Arena ieri sera è stato uno Sting energico (alla faccia della stanchezza), tonico (alla faccia dei quasi sessantacinque anni) e desideroso di  celebrare la parte più fulgida della sua carriera (alla faccia dei recenti episodi discografici, eufemisticamente definibili “meno rock”). Indicativo il fatto che il brano con il quale ha aperto il concerto sia stato “Every Breath You Take” dei Police, dal repertorio dei quali ha ampiamente attinto per tutta la serata (tra gli altri: “Driven To Tears”, “Invisible Sun”, “Every Little Thing She Does Is magic”, “Roxanne”).

I suoi successi come solista sono più numerosi di quanti possano rientrare in una scaletta, quindi la scelta, dichiaratamente sbilanciata verso gli anni novanta, ha privilegiato alcuni (tra i quali: “If I Ever Loose My Faith In You”, “Mad About You”, “Fields Of Gold”, “Shape Of My Heart”, “Englishman In New York”, “Desert Rose”, “Fragile”), trascurandone inevitabilmente altri sempre di quel periodo (tra i quali: “If You Love Somebody Set Them Free”, “Russians”, “Moon Over Bourbon Street”, “The Lazarus Heart”, “All This Time”).
L’esperienza con Gabriel si è fatta sentire in maniera anche più tangibile, quando ha raccontato del tour appena concluso e del fatto che sentiva la mancanza del suo recente compagno di merende, che ha omaggiato eseguendo “Shock The Monkey” e riproponendo “Message In A Bottle” nella versione arrangiata per il tour appena terminato, con l’intro di “Dancing With The Moonlit Knight” (brano dei Genesis del 1973).

Per tutta la serata le linee di basso, potenti e un po’ “sporche”, hanno accompagnato una band molto affiatata di cinque elementi (più corista forse a tratti invadente), alcuni dei quali con Sting fin dagli anni novanta, scandendo alcuni dei maggiori successi di una carriera straordinaria. Il pubblico, partecipe e caloroso, è sicuramente riuscito a fargli arrivare sul palco il proprio affetto, che Sting, come da sua abitudine, non ha ricambiato con particolare passione. Una serata che ha dimostrato, ancora una volta, che i grandi musicisti posseggono un’energia e una classe che non si appanna con l’età, anche se in questo caso il risultato è stato molto professionale, ma forse poco sentito.

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Francesco Reale

Mi piace definirmi lombardo di origine, fiorentino di adozione. In realtà Firenze se ne è ben guardata dall’adottarmi. Non si è neppure sbilanciata su un affido. In sintesi, quindi, sono un apolide, con un accento da autogrill, che vive a Firenze da circa un quarto di secolo. Delle numerose passioni che coltivo, quella per la musica è il filo conduttore dei miei primi interventi su tuttafirenze, ma il mio ego ipertrofico e la mia proverbiale immodestia mi spingono ad esprimermi su qualunque argomento, con la certezza di riuscire a raggiungere vette non comuni di banalità e pressapochismo. I miei contributi hanno uno scopo ben preciso: rincuorare le altre firme, dando loro la consapevolezza che c’è sempre chi fa peggio.