La guerra si vince vincendo le piccole battaglie, questa è la mia esperienza. Soprattutto con Emanuele, ma anche con Cosimo prima di lui, ho imparato a non guardare più al grande risultato, ma al piccolo successo ed a pormi obiettivi raggiungibili. Per guarire dalla sua forma di leucemia occorrevano due anni di terapie perciò mi immaginai questo tempo come un percorso ad ostacoli, a tappe, ed il mio obbiettivo non fu più il risultato finale, ma arrivare al ciclo di chemioterapia successivo in condizioni da poterlo affrontare. Così siamo arrivati in fondo, di ciclo in ciclo, senza immaginarci mai oltre la fase immediatamente successiva, il resto si vedrà! Con la disabilità di Emanuele questa è stata la strategia vincente perché i tempi di riabilitazione sono stati e saranno ancora lunghi ma ogni piccolo ostacolo superato è per me una festa del cuore, un successo senza eguali che mi conserva in questo stato di grazia con il mondo e, chissà, di felicità.

Così fu quando finalmente, a quasi 6 anni di vita ed a due dall’intervento di protesizzazione, mi chiamò mamma, anzi ma-mma, per la prima volta. Finalmente il primo ostacolo era superato ed io camminai ad un metro da terra per diversi giorni. Così questa piccola magia si rinnova ogni volta, persino l’altro ieri quando, dopo aver discusso per i compiti con Giuseppe, l’educatore, ha concluso il suo discorso ingarbugliato con un nitido “fuck you!”. Ci siamo guardati stupiti. Accidenti! Allora sta cominciando ad imparare anche l’inglese. E così è stato anche mercoledì scorso: la mattina intorno a mezzogiorno si stava abbattendo una pioggia monsonica che mi aveva anche intristito un po’ quando, io ero a lavoro, mi è squillato il cellulare ed era lui, Emanuele, che con voce perentoria mi diceva: “Mamma piove tanto tanto, io autobus no tu auto scuola vieni!”. Io gli ho risposto ed abbiamo avuto una sorta di conversazione con lui che mi ha ascoltato ed ha chiuso la telefonata con un “ok! ciao”. Ecco la mia giornata cambiare ed io tornare felice perché fino a poco tempo fa era impensabile che riuscisse a parlare al telefono, lui sordo profondo, ma ancora più difficile che capisse la risposta…Allora sono brava, tutto il mio tempo e tutti i nostri bisticci (tra i quali uno in cui al mio ennesimo “Ascolta! “reagì levandosi l’impianto e lanciandolo fuori dalla finestra…) sono serviti. Il risultato finale è ancora lontanissimo ma non mi importa, il prossimo obbiettivo è imparare ad usare – e coniugare – correttamente i verbi e le preposizioni, e quando l’avremo raggiunto mi sentirò di nuovo una sorta di “Deus ex machina”, un piccolo dio in terra che riesce in piccoli “miracoli”.  Per me che ho imparato ad accettarla, questo è il bicchiere mezzo pieno della sua disabilità: non c’è più nulla di banale, l’ordinario diventa straordinario.

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