osmaOSMA è un acronimo, l’acronimo dell’ospedale di cui sono cliente da più di tre anni: Santa Maria Annunziata, noto ai più come Ponte a Niccheri. Quando mi sono ammalata sono approdata lì casualmente, perché la mia amica fa il medico lì e a lei mi rivolsi in preda al panico, col risultato dell’r.x torace tra le mani che recitava “…lesione progressiva del polmone sinistro da sottoporre a tac e broncoscopia…” ma come? Io stavo benissimo e una tac non l’avevo mai fatta, men che meno una broncoscopia. Lei mi aiutò moltissimo in questa prima fase diagnostica quando io ero spaesata e spaventata ed alla fine mi affidò all’oncologia, fissandomi la prima visita ed accompagnandomici. Sono trascorsi tre anni da allora ed io vado regolarmente in ospedale, una volta ogni tre settimane, ma ormai è diventata una piacevole routine. Forse perché la mia storia medica è particolare, forse perché io mi dispero molto all’inizio ma poi torno allegra, fatto sta che lì ho trovato delle “amiche” che mi hanno coccolato quando facevo i cicli di chemioterapia ed hanno gioito con me quando la cura ha dato i suoi effetti, tutte quante. Ricordo la dottoressa, Greta, visibilmente emozionata quando mi comunicò la diagnosi e che si congedò da me, a visita ultimata, abbracciandomi per cercare di rincuorarmi e dicendomi “noi faremo di tutto per non farla andar via” (allora mi dava del lei) con gli occhi lucidi. Ricordo anche il sollievo sui loro volti quando la tac rivelò che finalmente c’erano delle riduzioni; aspettavo in sala di attesa di parlare con Greta ed un’altra dottoressa appena mi vide mi disse: “tieni il segreto ma ho visto la tac: si è ridotto, tantissimo! Ma non dirlo alla Greta, non le rovinare la sorpresa…”.

Quello che voglio dire è che se le cure mediche, l’attenzione per il decorso della malattia, la disponibilità mi sono dovute in quanto paziente, tutte le persone con le quali ho camminato in questi tre anni sono andate oltre, sono state empatiche con me, travalicando i confini dell’asettico rapporto sanitario/paziente. Ogni quattro mesi faccio la tac di rivalutazione e le infermiere della radiologia mi riconoscono e mi salutano come un’amica. Sanno che ho paura dell’ago-cannula e l’ultima volta per mettermela facendomi sentire meno male possibile, l’infermiera mi ha fatto accomodare con le braccia lungo il corpo e si è seduta in terra, accanto a me, per inserire l’ago nel modo più indolore possibile. Questo non mi era dovuto, poteva benissimo farlo nel modo canonico, senza preoccuparsene troppo. Insomma da loro mi sento protetta; una delle ultime volte che sono andata la signora dell’accettazione, Tiziana, quando mi ha visto mi ha detto: “Vale oggi si festeggia il compleanno!”, ma io sono nata in ottobre, e lei: “Sono tre anni che vieni oggi, io me lo ricordo bene perché ero stata trasferita da poco…dobbiamo festeggiare!”. Sì, dobbiamo festeggiare, ma anche ringraziare queste donne meravigliose, perché sono tutte donne, che mi trattano confidenzialmente ed amorevolmente, chiedendomi dei figli, parlandomi anche di argomenti frivoli, da femmine, come vecchie amiche, ma dicendomi anche, quando mi vedono più preoccupata: “Non ti arrendere proprio ora” con un abbraccio. L’ultima volta che sono andata a prendere il farmaco una di loro mi ha detto: “Va di là a cercare Cinzia, te lo dà lei. Qui sei a casa, lo sai”.

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