Ho un pene e quindi, grande o piccolo che sia, appartengo di fatto al genere maschile.

Più precisamente appartengo a quel genere che in occasione di ogni guerra, nonostante le motivazioni religiose, economiche, umanitarie o di prevenzione, non si è mai dimenticato di violentare le donne del nemico. Perché in fondo è sempre bene approfittarne.

Faccio parte di chi ha bisogno di una legge come quella da poco approvata in California per capire che “sì” significa “sì” e che invece i silenzi, la non resistenza, l’essere vestita in modo provocante o l’essere priva di sensi non significa “sì”.

Appartengo a chi, ogni volta che una turista americana viene violentata o molestata pensa che sicuramente era ubriaca, dimenticandoci del fatto che tutte le volte che noi siamo stati ubriachi, nessuno ci ha stuprato o fatto del male. E quando sono dietro un monitor appartengo a quel genere che ha solo 3 possibilità su 100 di essere offeso o minacciato, perché le altre 97 sono tutte esclusiva di chi non ha un pene.

Faccio parte di chi, quando assolve ruoli educativi come “l’allenatore”, “l’insegnante” o “il genitore”, usa termini come “piangere come una femminuccia” o “lagnarsi come bambina” per sottolineare presunti atteggiamenti di debolezza.

E in questi giorni probabilmente il mio pene mi fa appartenere a quel genere che impegna tutte le sue risorse mentali e tutti gli anni di studio per violare degli account privati di alcune celebrità (tutte donne ovviamente) per mostrare le loro foto senza vestiti o i video girati con i propri partner. E sono nello stesso club di chi dice che è tutta una trovata pubblicitaria, o che se la sono cercata, o che non importa nemmeno parlarne. Anzi, se fossi giornalista scriverei con il mio pene soltanto degli account poco sicuri di Apple, o forse insinuerei (come hanno fatto su Wired qui) che è solo una trovata pubblicitaria e che ad esempio Jennifer Lawrence ha regalato a tutti i noi le sue foto solo per promuovere il film SexTape con Cameron Diaz uscito proprio in questo periodo. E probabilmente l’hanno anche pagata, perché insomma, si sa, le donne si fanno pagare.

E poi, proprio perché ho un pene e visto che Emma Watson fa tanto la grande e si permette di mostrare solidarietà alle sue colleghe e se ne va alle Nazioni Unite a parlare di parità tra i generi, anzi, di assenza di generi, mi ritrovo a far parte di chi minaccia di riservargli lo stesso trattamento e creo un sito dove prometto di pubblicare le sue foto nuda per vendetta che fa più o meno 48 milioni di contatti sul web e 7 milioni di condivisioni tra Facebook e Twitter.

Insomma, io e il mio pene facciamo abbastanza schifo.

Oppure, no, forse sono esagerate tutte le cose che ho scritto e avere un pene non basta per renderci esattamente responsabili di questo genere di cose, però avere un pene silenzioso che non dice niente dovrebbe farci sentire comunque a disagio e forse non importa essere il miglior pene del mondo ma, come dice Emma Watson, possiamo semplicemente provare a concederci di essere sensibili, fragili e vulnerabili, possiamo provare semplicemente a smettere di essere aggressivi e imprigionati nel nostro stereotipo di maschi per un po’ e vedere come va.

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.

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