Il Centro Pecci di Prato non ha mai riscosso grande successo. Sia come architettura che, soprattutto, come Museo. Eppure è l’unico vero Centro per l’arte contemporanea presente in Toscana, baluardo della contemporaneità di fronte all’egemonia monopolistica del Medioevo e del Rinascimento.

Costruito nella seconda metà degli anni ’80 dall’arch. Italo Gamberini, non ha mai ingranato la marcia in più, rimanendo soltanto una bella promessa. Il progetto, di fine anni ’70, si è concretizzato nel 1988 dopo il solito giurassico iter urbanistico-edilizio italiano (10 anni), arrivando “sulle gambe” all’appuntamento dell’apertura. Un’architettura nata stanca con, oltretutto, alcuni limiti che si sono palesati nei primi anni di attività. Ridotti spazi espositivi, ridottissimi spazi per il deposito delle opere d’arte, elementi tecnologici deteriorati in poco tempo.

Non meglio si può dire del Museo, mai capace, nella programmazione degli eventi, di stagliarsi a livello internazionale, ma che dico nazionale, ma che dico regionale. Eppure col futuro incerto che questo Centro ha sempre avuto dinanzi a sé, nonostante i visitatori, gli introiti e i risultati paragonabili a quelli dell’Ass. Calcio Prato, che si barcamena da una vita tra la serie D, la C1 e la C2, nel 2007 si è scelto di rilanciare alla grande: concorso internazionale per la progettazione dell’ampliamento. Ampliamento?! Si, abbiamo capito bene. Ampliamento. Si puntano tutte le fiches vinte sul 2 nero della roulette. Una roulette russa, più che altro.

Il progetto vincitore, dell’architetto Maurice Nio, anche soprannominato il Piercing per la sua forma, è molto interessante. Nio, nel nome, ricorda la realtà alternativa di Matrix. Perché di realtà alternativa stiamo parlando. La realtà virtuale italiana dove tutto va al contrario: i progetti brutti si realizzano, quelli belli hanno poche chance di vita, si spe(a)nde per le cose rischiose, si risparmia per quelle necessarie. E infatti, dopo un primo momento di proclami per la celerità della sua realizzazione, preludio alla nuova vita del Museo, tutto si è arenato. Pochi visitatori, incassi ridicoli, paura licenziamenti. Fallimento della ditta esecutrice. Tutto fermo.

Come prima esposizione, alla riapertura, propongo l’Urlo di Munch, la mia ossessione urbanistica. Ma una volta tanto concordo con la follia “raddoppiatrice” e mi butto dentro Matrix. Infatti non sembrerebbe poi così difficile creare interesse, mostre, attività culturali per far funzionare il Museo. Firenze e i dintorni pullulano di nuove menti. E la gente ha fame di nuove menti. L’interland non può abbandonare l’arte contemporanea e Prato mi sembra un’ottima collocazione. Ma bisognerebbe essere tutti più folli, crederci tutti assieme, non solo il Comune di Prato e la Regione (finanziatori del progetto). Perché l’arte qui da noi non sia solo, e sempre, il fottuto Rinascimento. Ci siamo anche noi.

Foto: http://www.ilgiornaledellarchitettura.com/articoli/2010/4/102309.html

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.