spVivere e lavorare all’estero ti sottopone ad un altro dilemma: pole l’immigrato lamentarsi del paese in cui vive?

Le risposte sono molteplici, ed in genere abbastanza stupide, anche perché è la domanda ad essere stupida, confondendo il lamento con la critica. Se vi sfuggisse la differenza potreste consultare un dizionario, ma per intendersi “che palle a Londra piove sempre” è un lamento, “le misure di riduzione del welfare o di controllo dell’immigrazione sono ingiuste per questo, quello e quest’altro motivo ” è una critica.

Per quanto mi riguarda, ritengo legittimo tanto lamentarsi della pioggia quanto e a maggior ragione criticare quello che non trovo giusto.

Vivere e lavorare in un paese che non è quello in cui si è nati non dovrebbe privare di pensare col proprio cervello, se se ne possiede uno funzionante.

Invece, le risposte che ricevi, in genere dai tuoi stessi connazionali, ma anche da qualche indigeno “democratico”, quando osi avanzare una critica al paese che ti “ospita” sono le seguenti:

– “se non ti piace Londra perché non sei rimasto in Italia?” La risposta è stupida in quanto una cosa che si ritiene ingiusta lo è a prescindere dalle motivazioni che ti hanno portato in un certo luogo. Fossi immigrato negli Stati Uniti, avrei continuato ad essere contro la pena di morte, l’esportazione della democrazia, etc.

Tra l’altro è la stessa risposta che uno può ricevere criticando le politiche del proprio paese. “Se non vi piace il Job Act perché non ve ne andate in Danimarca invece di lamentarvi?”

– “perché invece in Italia è meglio?”, come se il fatto di provenire da un paese in cui la corruzione ed il nepotismo regnano sovrani mi dovessero far accettare di buon grado proposte di leggi classiste che tolgono ai poveri per dare ai ricchi o altre porcherie.

– “stai sputando nel piatto dove mangi”. Di tutte, questa è quella che mi fa più imbestialire. Come se il fatto di avere un lavoro che ti permette di mangiare, cacare e dormire sotto un tetto ti togliesse il diritto e la facoltà di immaginare una società più giusta, che sia quella dove vivo o quella da cui me ne sono andato, come se dovessi baciare “le terga” alla Regina per il “privilegio” di avere un lavoro, dimenticandomi di chi si arricchisce col mio lavoro e con quello delle persone come me.

No, mi dispiace, sono emigrato, ma mi riservo il diritto di lamentarmi della pioggia e delle case fatiscenti, sia di criticare le scelte di un governo e un parlamento che purtroppo non posso votare, come d’altra parte siamo abituati a fare quando scriviamo, manifestiamo, sottoscriviamo petizioni per eventi ed ingiustizie che si verificano in ogni parte del mondo.

Come se non bastasse a Londra esiste ancora un luogo deputato al pubblico “lamento”,  Hyde Park Speakers Corner, in passato frequentato da immigrati lamentosi come Marx, o britannici rompipalle come Orwell, ed oggi da personaggi un po’ più pittoreschi.

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