Le storie servono a tante cose, a divertire, commuovere, a far addormentare qualcuno oppure a farlo innamorare, a volte semplicemente a far passare del tempo. Una volta ho perfino conosciuto uno che usava le storie per far crescere meglio i suoi pomodori, ma non so se la scienza ha mai confermato questa sua teoria. I pomodori però erano buoni.  Ad ogni modo tra i mille usi che ne possiamo fare c’è anche quello di opporsi a chi cerca di cancellare i dettagli, le facce, i nomi. A chi scrive su un giornale che sono morti 5 “cinesi” o che sono morti 300 “immigrati clandestini”. A chi non vede persone, ma masse. Buone o cattive, da salvare o da annientare. A chi parla di cinesi, inglesi, juventini, fiorentini, albanesi, gay, gente di destra e di sinistra, marocchini, ebrei, kebabbari e clandestini. A chi parla di gente indistintamente. Come se non esistessero le persone ma solo gruppi, masse, popoli e categorie.

Le storie difendono gli altri dalle nostre generalizzazioni. E più dettagli hanno, più funzionano.

E in particolare c’è una parte di storia e una zona geografica in Europa che più di tutte subisce il nostro istinto di non voler conoscere: i Balcani. Un posto che se dovessimo disegnare geograficamente non sapremmo da dove cominciare, una storia recente fatta di guerre e massacri che non sapremmo da dove iniziare a raccontare. E infatti non si racconta. Quasi mai. Non c’è nei programmi scolastici, non c’è tra i grandi documentari in TV, eppure è lì, a poche centinaia di chilometri da noi. E lì, in piena Europa, meno di venti anni fa, una massa indistinta di persone è stata uccisa, spazzata via. E noi non ce ne siamo quasi accorti, al punto che quando pochi anni fa è venuto ad allenare a Firenze un allenatore serbo che inneggiava a quel massacro e ai suoi boia, non ci siamo indignati. Del resto avevano ucciso infedeli, musulmani, masse indistinte, non persone.

Ecco che allora romanzi e film diventano indispensabili, più della conta, più della memoria dei numeri. Perché certi film fanno conoscere, hanno facce e nomi e alimentano una memoria che ricostruisce e previene. E giovedì 12 e venerdì 13 dicembre all’Odeon alla 50 giorni di Cinema Internazionale è il turno dei Balcani e delle storie che li abitano fatte non solo di guerra, ma anche di speranza, di umanità e di una convivenza difficile e contraddittoria che nonostante tutto va avanti. Film pieni di nomi e di facce. Come quella di Tomić vissuto in un orfanotrofio durante la guerra che racconta in Finding Family il suo viaggio in Europa alla ricerca della madre. O quella adolescente di Jasna persa nella Serbia di oggi in Klip. O ancora i volti in fuga delle tre donne rom di Escape di Srdjan Keča. Qua trovate il programma completo del Balkan Florence Festival.
http://www.50giornidicinema2013.it/portfolio-view/programma-balkan-florence-express-12-e-13-dicembre/

E comunque vada, se non vi piaceranno i film, avrete tante  storie da raccontare ai vostri pomodori per farli crescere meglio.

Fonte foto: www.kinodromo.org

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.