Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi, architetture da combattimento in fiamme al largo dei bastioni dell’Annona. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte della Mercafir. E tutti quei progetti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di… costruire.

Il nuovo stadio si farà. In città è bastata l’approvazione della variante al PRG che definisce il nuovo assetto dell’area oggi destinata al mercato ortofrutticolo, perché qualcuno si sentisse già il triplete in tasca. Nell’immaginario del tifoso viola nuovo stadio significa vittoria.
Vittoria sarà, di sicuro, per chi investirà in questa operazione milionaria. Perché non stiamo parlando solo di pallone, ma anche di spazi commerciali, turistico-ricettivi e di uffici. E poi le infrastrutture: nuove strade, parcheggi, tramvia, aeroporto. Insomma appalti. Un bel bisnés come diceva con voce fioca Marlon Brando nel Padrino, grattandosi col dorso della mano la mascella prominente. Un bisnés alimentato dalla passione della gente. Che vuole divertirsi, vuole passare spensierate domeniche di sport, di amicizia o con i familiari. Senza i fiorentini, senza la loro anima, i soldi si sgonfierebbero. Perché gli edifici si gonfiano dell’anima di chi li vive (come le tasche dei soldi di chi li vende).
A noi gonfiatori fiorentini, cosa rimarrà di tutto questo? Forse una coppetta, magari uno scudetto, qualche decina di posti di lavoro. E per questo bottino, ci saremo giocati un pezzo della nostra città, avremo scambiato quel poco di territorio che sarebbe rimasto a disposizione per cause più nobili e contingenti.
Ma questa è la nostra epoca, un’epoca da lacrime nella pioggia. In cui la massima espressione di rappresentanza di una città intera è affidata alla propria squadra di calcio. In cui il Pubblico autodenuncia i propri limiti facendosi tenere sospeso nel vuoto dal Privato. Così, per avere una scuola dobbiamo concedere in scambio un centro commerciale. Per avere una strada dobbiamo pianificare un resort e per ottenere una tramvia dobbiamo per forza passare dallo stadio.
In attesa di una rinascita sociale e culturale, se non vogliamo sfracellarci al suolo, siamo obbligati al compromesso. A due condizioni però: la prima, che il Comune detti le regole e comandi il gioco (sarebbe superfluo dirlo ma fa sempre bene ripeterselo, come un mantra). La seconda, che quello che andremo a costruire sia il frutto di una rinnovata capacità di questa città di produrre o attrarre idee e qualità.
Allora se stadio deve essere, che sia non solo il luogo dove tutti indossiamo una maglia. Che sia anche un monumento, non al calcio, ma al fare gruppo, alle idee originali, al buon costruire, alla buona amministrazione. E resti lì, scudetto o non scudetto, per le generazioni a venire.

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Emiliano Pierini

Emiliano Pierini, architetto, proviene dagli anni settanta. E’ nato, ci vive e ci lavora, a Firenze (ci cazzeggia anche). Ama osservare lo spazio che ci circonda da Google Earth fino al particolare più piccolo. Ma anche fantasticare su mondi immaginari. Ama la fantascienza, la metafisica, la nebbia. Di schiacciate alla fiorentina ne può mangiare anche tre di fila.