di Laura Corti

C’è profumo di crisi anche nelle università. Il vertiginoso calo di iscrizioni degli ul­timi anni è sicuramente un dato di una certa rilevanza che non lascia basito quasi nessuno se inquadrato nell’ottica attuale di una società in cui non c’è più tempo e utilità nell’intraprendere la carriera universitaria. La Toscana non è esente da questo fenomeno e proprio nei dati relativi all’università di Firenze si vede questo rapace che se non va in picchiata poco ci manca.i Nella seconda università toscana, dopo Pisa per numero di iscritti, vi voglio aprire le porte di un piccolo dipartimento isolato tra trascendenza e immanenza, toccato da qualcosa che non è terreno e non può essere nessun altro se non quello di Filosofia. La crisi di iscrizioni non si sente perché ci sono sempre poche iscrizioni, le immatricolazioni oscillano negli ultimi anni intorno a 60.
Il motivo principale di questa eterna crisi del dipartimento sta, a mio avviso, nella domanda che tutti i quasi avvocati, medici, scienziati pongono in modo sarcastico “ma perché fare filosofia? a cosa serve?” E tu, povero studente di filosofia, che senti questa domanda ripetutamente e che magari ti chiedi anche se i tuoi interlocutori sono così scaltri da aver capito quanto di filosofico c’è in quella domanda, le prime volte ti arrovelli per cercare una risposta che non sia scontata. La vera risposta, che forse ai loro occhi può sembrare stupida, è che ti piace la filosofia: perché ti rende felice studiare tutte quelle branche dell’amore per la sapienza; perché ti fa vedere il mondo in un modo sempre nuovo; perché ti apre nuovi orizzonti e favorisce una comprensione sempre maggiore sulla domanda esistenziale ‘chi è l’uomo’. Se proprio c’è da spiazzare l’interlocutore che pone quella domanda senza senso con una rispo­sta altrettanto degna, una possibilità è che hai fatto filosofia perché non ti piace la matematica, in tal caso è difficile essere smentiti perché tanto quasi nessuno sa che c’è almeno un esame di logica. Altrimenti puoi sempre dire che ti è piaciuto il program­ma fatto alle superiori, tanto quasi nessuno sa che l’approccio alla filosofia è diverso. Devo ammettere che non è semplice a 19 anni vedere nel futuro e cercare di capire se il dipartimento di Filosofia può essere quello giusto per te, ma mi è stato detto che se è quello che senti di fare, allora devi percorrere quella strada senza preoccuparti troppo di ciò che sarà, tanto se non è la strada giusta lo capirai. Invece di perderci in chiacchiere cerchiamo di addentrarci in questo dipartimento.
La mattina inizia presto per uno studente di filosofia perché le lezioni iniziano alle 9 ma per arrivare alla sede servono minimo due autobus. L’unica condizione necessa­ria del primo autobus che decidi di prendere è che arrivi in piazza San Marco, dove potrai aspettare il 25. È un piccolo autobus tutto arancione, un po’ in là con l’età ma così abituato a scalare via Bolognese che ormai non ha più neanche il fiatone. Passa poco frequentemente, ogni venti minuti circa, e quasi sempre si riempie così tanto che gli spazi vitali dei passeggeri si riducono notevolmente; sembra quasi un vagone merci troppo stipato in un florido periodo di scambi in cui si parla anche la lingua del commercio internazionale visto che tanti passeggeri sono gli americani dell’ Univer­sità di New York poco distante. Penso che prima o poi qualcuno si ritroverà a viag­giare con la testa fuori dal finestrino. Se riesci a non avere un posto a sedere, cosa non troppo difficile, e quindi sei costretto a rimanere in piedi, allora, guardando la strada, puoi riconoscere non solo dalla fatica di quel povero motore l’‘ermo colle’, che, per la pendenza, leva il fiato anche se lo stai solo a guardare, e la brusca curva che cela il piccolo portone di filosofia. Sempre caro sarà quel luogo a uno studente di filosofia perché, nonostante tutti i problemi, resta nel tuo cuore. La struttura è accogliente, c’è un calore quasi domestico quando non si rompe la vecchia caldaia. Le aule non sono male, ci sono banchi e sedie di solito sufficienti a tutti. Per fare una pausa caffè il dipartimento è così avanzato tecnologicamente che il bar è stato rimpiazzato da un distributore di merendine a piano terra e una macchina del caffè nel seminterrato che, oltre a essere luogo per recuperare l’energia, nasconde un grande segreto. Avete presente quando nei sotterranei si trovano i mostri? Al dipartimento è il contrario, laggiù è nascosta l’aula più bella del plesso. È preceduta da un vestibolo che ha deco­razioni marmoree e, dopo una porta tipica da aula universitaria, si apre una stanza illuminata da uno splendore antico e proprio davanti a te, alzando gli occhi, puoi vedere un bellissimo affresco. Passi la mattina cercando di prendere appunti su quel banco che, sebbene non sia comodissimo, ispira qualche ora di sonno. I quaderni sono sempre troppo piccoli per far rientrare uno schema preciso in una sola pagina, o troppo grandi per poter essere maneggevoli; le cose scritte alla lavagna richiedono occhiali ancora più forti di quelli che porti solitamente o per la grafia che non ri­sulta essere chiara o per le dimensioni. Per non parlare delle finestre che portano lo studente medio a distrarsi sempre più, visto che, quando piove, le gocce d’acqua che cadono sui vetri portano a scommesse sempre più esaltanti su quale arriverà prima e, quando c’è il sole, il giardino che circonda l’edificio è una meta di pellegrinaggio troppo ambita per non rapire almeno qualche studente ogni ora. Ma l’appetito viene studiando e così può capitare che non ci si vede più dalla fame e qui viene fuori un nuovo problema, leggermente più grande di quello sopra accennato: c’era una mensa ma in tempi ormai remoti. Così alla pausa pranzo puoi o prendere il 25 per arriva­re alla mensa più vicina, procacciarti qualcosa da mangiare nelle vicinanze oppure portare da casa un panino da consumare in sala studenti e, se proprio non è freddo, ci sarebbe sempre la possibilità di fare due passi al Giardino dell’Orticultura. E così a fine giornata, anche se c’è quasi la voglia di restare a dormire in facoltà, stanchi ma appagati si corre sul 25 in discesa verso casa.

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