All’outlet di Barberino lavorano centinaia di persone con contratti di ogni tipo, con orari di ogni tipo. Non hanno rappresentanza sindacale per via della frammentazione: i negozi sono quasi tutti sotto i quindici dipendenti. Ci sono lavoratrici e lavoratori che le domeniche e i festivi se li fanno tutti, senza sconti. Non ci sono parcheggi riservati per i dipendenti: si toglie spazio al potenziale acquirente. Nei tempi dei saldi è un incubo raggiungere il posto di lavoro. Le addette alle pulizie, che in un centro così sono più simili a spazzine, visto che tolgono le gomme e le cartecce nei vialetti del finto paese, non possono entrare nei bar e/o nei ristoranti perche’ poco decoroso e guai se parlano con qualcuno o usano l’ombrello quando piove. I lavoratori in pausa o comunque fuori dall’ orario di lavoro non possono mangiare o fumare sulle panchine. Ti pare un paese in chiaro stile toscano, ma se provi ad entrare nel centro con una tuta da lavoro, ti accompagneranno all’ uscita in quanto non vestiti a modo. L’immagine è tutto e le parole lavoro, dignità, rispetto vengono distorte. Pure le responsabilità: la Mcarthur Glen che gestisce l’outlet, che guadagna il più di tutti da affitti e provvigioni, non ama definirsi dirigenza, ma un più sobrio amministratore di condominio. Il Primo Maggio l’outlet era aperto. Alcuni lavoratori hanno scioperato e sono venuti alla manifestazione in piazza, quella vera, quella del paese vero. Quando si parla di distanza dal paese reale di chi ci dovrebbe rappresentare, basta pensare a questi luoghi di lavoro vuoti di diritti e camuffati da comunità. E a chi obietta – ma che ti lamenti, un lavoro almeno ce l’hai – va risposto con la testimonianza di un lavoratore outlet con contratto a chiamata a tempo indeterminato e che nella busta paga di febbraio ha preso 68 euro. La comunità vera dovrebbe tenere insieme questi lavoratori e chi il lavoro non ce l’ha.

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