teatrodante 006Un tuffo nella nostalgia, quella profonda, struggente. Lo abbiamo fatto in un ventoso tardo pomeriggio di inizio febbraio − quando i giorni della Merla sono appena finiti − nel foyer del teatrodante Carlo Monni di Campi Bisenzio. Appena entrati ce li siamo trovati davanti. Tutti schierati sopra un cartone bianco e viola che occupava l’intera parete. Il titolo: “Bomber viola”. Da sinistra a destra uno snocciolare di nomi, date e immagini, alcune davvero lontanissime nel tempo. Dall’uruguagio Petrone, che la leggenda dice sfondasse le reti per la potenza del tiro e che fu il primo straniero a vestire la maglia viola, a Montuori, Julinho e Pecos Bill Virgili, i cannonieri del primo scudetto. E poi Maraschi e Chiarugi, i cannonieri del secondo scudetto. E poi Edmundo, quello che aveva fatto scrivere nel contratto che a Carnevale sarebbe andato in Brasile a sfilare (e ci andò davvero…). E poi Hamrin, il povero Borgonovo, Enrico Chiesa. In fondo, nell’angolo, troviamo − più che altro come segno di speranza in un radioso futuro − anche Mario Gomez e Giuseppe Rossi.
Ma fra tutti quei nomi e quelle immagini, tre spiccavano, indimenticabili. A ricordarci che le nostre passioni, il nostro entusiasmo, le nostre domeniche non sono stati spesi invano. Tre leggende, simboli di un calcio che non è mai morto. Un calcio in cui non c’erano le televisioni a mostrarti anche le gocce di sudore. Un calcio in cui era vivo il senso di appartenenza e che, anche se solo per novanta minuti, ti faceva sentire il re di una maglia. Forse siamo degli illusi un po’ romantici, ma quando ci siamo imbattuti nelle foto di Giancarlo Antognoni, Roberto Baggio e Gabriel Batistuta ci è venuta una stretta al cuore. Non poteva essere altrimenti. Con tutto il rispetto per gli altri, erano loro le vere stelle di quel drappello di signori che hanno fatto la storia della Fiorentina. I tre a cui tutti quelli che vengono a giocare a Firenze sono prima o poi paragonati. Quelli che non hanno mai giocato insieme e per questo sono diventati una leggenda (sai però che spettacolo sarebbe stato!).
Quelli che quando noi eravamo re… erano gli imperatori.

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Duccio Magnelli

Lettore un po’ bulimico, non si limita a leggere qualsiasi cosa gli capiti sotto mano ma decide anche di mettersi a scrivere. Diventa così un giornalista pubblicista che scrive di calcio e si impiccia di tutto il resto. Romanzi compresi. Come i tre che (per ora) portano la sua firma.