Ogni anno la primavera arriva con stupore. Ogni anno sembra una cosa nuova, ricca di un nuovo odore, un nuovo colore. La primavera è la stagione quando torno a Casa, finiscono i corsi, e mi dedico ai fiore nella città del fiore più intenso: il Giglio.
Non è a caso che questo fiore rappresenti questa città, o che un fiore lo rappresenti in generale: Firenze è la città della primavera.
Si possono disperdere parole su parole nel descrivere le magie che lentamente prendono vita, prendono senso, prendono un nesso… le rondini che si scatenano veloci tra i tetti; il polline, soffice, che si dimena insieme a loro tra le strade del centro. Le prime magliette, che rivelano la carne così bianca, per la prima volta dell’anno ci accorgiamo infatti, che siamo bianchi, terribilmente bianchi. Le turiste che sfilano scosciate per le vie: sono loro che iniziano le danze, ogni anno.
Ma c’è altro, c’è altro. La primavera non è solo calore, non è solo raggi brillanti di sole. Non è il filtro di una lente vistosa: la primavera è una rinascita, un risveglio, un nuovo inizio.

Aprile è il mese più crudele, generando
Lillà dalla terra morta, mischiando
Memoria e desiderio, eccitando
Spente radici con pioggia di primavera.

Scriveva ironicamente il poeta modernista T. S. Elliot nel suo ‘ La Terra Desolata’ (1922), riferito al dolore dell’uomo sterile di sentimenti e vuoto di pensieri che tocca affrontate, invece che apprezzare, questa fauna di vita, questa fenice di energia.
Ciò che è certo, da questi versi, è che Elliot non passò una primavera a Firenze. Perché nella mente, nel cuore, negli stupori lenti, timidi dei sentimenti, del piacere, qualcosa sboccia, si, riceve una scossa, nei primi giorni di Marzo, ribolle, tintinnate, tra le strade del centro e i fruscii dei viali.
Tutto ad un tratto, la mente riscopre pensieri dimenticati, ricordi che si erano accumulati di piccolezze, freddure, silenzi. Con le leggere brezze, i ricordi prendono vita, si stirano nel cielo, come rondini innamorate che si inseguono schivando espertamente alberi e lampioni. La città, Casa, Firenze diventa radice stessa della memoria e del desiderio: la pioggia di primavera diventa acqua per la sete di vita, diventa rugiada per la passione. Il vicino Aprile è si il mese più crudele, sì, perché si lascia cullare solo per trenta veloci, vivi, allegri giorni, lasciandoci il sapore di ciliege sulle labbra, il colore dei glicini negli occhi… il calore della vita nella mente. Una grande bellezza crudele che acceca tutto il resto.

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Janos Mark Szakolczai

Irrequieto pellegrino facilmente preda della malinconia, Janos vive in un romanzo di fantascienza ambientato tra Londra, Firenze, Budapest e Cork, che in momenti di lucidità proietta sulla carta confermandogli l’appellativo fuorviante di scrittore. Laureato in filosofia, studia criminologia a Cork, Irlanda e sogna di rinascere tigre. Ha pubblicato romanzi e racconti sia in Italia che all’estero.