Ci sarebbe tanto da scrivere sulla partita di ieri. Su come si possa sbagliare formazione e concedere un tempo agli avversari. Su come, ormai, non si possa prescindere da certi giocatori. Su come, però, il carattere, sepolto sotto 45 minuti di non gioco, sia venuto fuori, in maniera preponderante. Con l’orgoglio di un allenatore che sa ammettere i propri errori, che vuole “far riconoscere i tifosi nella loro squadra”. Un allenatore che, anche per questo, adoriamo.

Ci sarebbe tanto da scrivere su Fiorentina-Empoli. Ma oggi voglio parlare di un bomber che mi ha fatto innamorare ancora di più del calcio: un uomo, prima ancora che un giocatore unico, che domenica scorsa ha compiuto 41 anni.

 

Acciaierie. Chilometri al volante, ogni giorno, su quella Fiat Tipo con il contachilometri digitale: per allenarsi. Anni e anni, nei dilettanti. Campi ricoperti di fango. Movenze ruvide e acrobazie perfette.

Avere trent’anni ed esordire in Serie A: farlo a Messina, in quel catino del San Filippo. Contro la Roma. Scucchiaiare il 4-3.

Avessi potuto scegliere quale giocatore di calcio essere, non avrei scelto Cristiano Ronaldo, Messi,  Bouba Diop o Iniesta. Sarei stato Riccardo Zampagna da Terni.

Perché Riccardo Zampagna ha realizzato i nostri sogni; di noi che il sabato pomeriggio giocavamo al campino fino al tramonto, fino a che non c’era più luce per vedere il pallone. Su quell’asfalto bagnato: ma che bastava una rete legata ad una porta, per farci sentire a San Siro.

Non ha segnato in finale di Champions League, né ha vinto un mondiale. Ha fatto di più: ha giocato con la maglia della sua squadra del cuore. È passato a vestire i colori dell’Atalanta, perché i tifosi della Dea sono gemellati con quelli della Ternana. Ha calcato i campi del Sassuolo: e quando i tifosi bergamaschi hanno incrociato il pullman della squadra emiliana, lo hanno fermato, per fargli una sorpresa.

La storia di Riccardo Zampagna è fatta di gavetta e sacrifici, rovesciate impossibili e amori ricambiati. Pugni chiusi e colpi di testa.

Avrei voluto essere Zampagna per quel minuto della sua carriera: che non è stato quando ha vinto il campionato, quando ha segnato nel derby in rovesciata o quando ha preso il microfono alla Domenica Sportiva, lasciando impietrito e paonazzo Boniek, dicendo che da opinionista non valeva niente.

Il sogno di Zampagna era giocare con la maglia della sua squadra del cuore; quella per cui, la domenica pomeriggio, andava in trasferta, a sostenerla insieme ai suoi compagni di fede calcistica. “Perché c’è chi vuole essere un astronauta o fare l’attore. Io, nella mia vita, ho sempre sognato di vestire la maglia della Ternana”.

La chiamano la Manchester d’Italia, forse per regalare un po’ di poesia calcistica in mezzo a tutto quell’acciaio e a quel cemento. Il Liberati non è l’Old Trafford, ma quel giorno di settembre, nel 2003, è come se fosse il palcoscenico più affascinante di tutti i tempi. Là, oltre quel tunnel degli spogliatoi, il rosso e il verde. Ovunque. Anche in quella Curva Est, dove Riccardo cantava insieme ai suoi amici, solo qualche anno prima.

È l’esordio nello stadio di casa, con quella maglietta a lungo sognata: quella della Ternana.

Capita la palla buona: Zampagna non perdona.

È questo il minuto più bello della sua carriera. I momenti che valgono una vita sportiva intera. Il pallone che entra in rete, il boato della folla. Zampagna ha il numero 9, stampato su quelle bande rosse e verdi; si toglie la maglia. L’adrenalina scorre, i battiti aumentano. Una corsa a perdifiato verso quella Curva, verso i suoi tifosi. Verso i suoi amici. È l’estasi. Cerca di vedere se riconosce qualcuno: qualcuno con cui ha condiviso trasferte in treno, freddo sugli spalti, birre all’intervallo. Eccolo là, tra centinaia di volti: è suo cugino, che piange. Piange a dirotto. L’emozione è forte, la pelle è d’oca.

Altro che Champions League, altro che Cristiano Ronaldo: Riccardo Zampagna da Terni, sei te il simbolo del calcio che vorrei.

riccardo zampagna
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Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
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