Stelio raccontava le sue storie davanti a una platea strana, gli studenti del corso di fotografia dell’Istituto Professionale Leonardo Da Vinci, quello in riva al Terzolle, quello dove gli insegnanti delle medie da sempre spediscono i ragazzi e le ragazze in cui percepiscono un barlume di creatività ma non abbastanza per un liceo artistico o un istituto d’arte. A loro, Stelio, raccontava le sue storie. Entrava in classe quasi sempre silenzioso, e dopo aver fatto lentamente tre fori con un coltellino svizzero su una MS per diminuire la nicotina, come il Nazista Ralph Fiennes in Schindler’s List, si accendeva la sua sigaretta e prendeva a parlare. E quella che doveva essere una lezione diventava ben presto una raccolta di storie, di personaggi improbabili, di soldati e prostitute, di facchini o pasticceri, di gente che la storia aveva dimenticato. E raccontandoci le vite di persone sconosciute, Stelio gli restituiva visibilità e allo stesso tempo dava dignità al nostro presente di studenti di poco successo e a quello che sarebbe stato il nostro futuro, perché Stelio sapeva di non avere davanti studenti del Liceo Dante.

Il mondo è pieno di persone come lui, basta solo incontrarle. Di persone che hanno universi e galassie dentro di loro e cercano, a fatica, di rinchiuderli dentro libri o lezioni di storia. Persone che fanno cose che sono matrioske, dove dentro trovi di tutto.

Come Wes Anderson, che da Rushmore in poi, non ha fatto che scomporre le vite degli esseri umani rendendole a volte assurde, a volte bizzarre e a volte insopportabilmente dolorose ma riuscendo sempre, con fatica, a racchiuderle in un film. Ogni storia del regista del bellissimo Moonrise Kingdom è fatta da milioni di altri racconti, di riferimenti alla realtà e di cose completamente inventate, di nomi, di tantissimi nomi e dettagli, tantissimi dettagli. Così tanti che anche in un film come Grand Budapest Hotel non riesci mai a capire dove finisce la storia e dove comincia l’immaginazione del narratore. E nel raccontare e ricamare sulla storia del concierge Monsieur Gustave, del suo garzone Zero Moustafa e della fornaia Agata che ha lo sguardo malinconico di Saoirse Ronan, Anderson riesce a raccontare il nazismo, la guerra e il dolore di sentirsi immigrati in ogni luogo. Soprattutto nei luoghi dove si costruiscono barriere e frontiere come l’Europa del 900.

E se le lezioni di Stelio fossero diventate un film avrebbero avuto un cast pieno di attori come i film di Wes Anderson, e ogni personaggio avrebbe avuto il suo volto, il suo un nome e la sua storia piena di particolari. Niente sarebbe stato tralasciato. Perché, come dice l’autore del racconto all’inizio di Grand Budapest Hotel, se t’interessi alle storie degli altri, tante storie ti saranno raccontate. E di quelle storie, poi, diventerai responsabile.

Fonte foto: www.odeonfirenze.com

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Michele Arena

Interessato a tutto ciò che è Indie, ma soprattutto alla musica e al cinema, lavora come Operatore sociale a Campi Bisenzio. Il suo sogno è tenere una lezione al DAMS su Notthing Hill.

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