Immaginavamo di già Copacabana ricoperta di bandiere argentine, Messi che solleva la Coppa del Mondo. Lo psicodramma brasiliano imparagonabile nemmeno col Maracanazo del 1950. Nemmeno coi sette gol subiti in semifinale: i rivali di sempre a festeggiarti in casa.
Sarebbe stato bello. Papa Francesco si sarebbe fatto un selfie e poi l’avrebbe pubblicato sulla bacheca di Ratzinger: “Campioni in carica. Capito? In carica!”
Messi come Maradona. Palacio come Burruchaga. Mascherano eroe. Romero al Real Madrid.
Buenos Aires impazzita, le strade ripiene di gioia. Vincere il mondiale, in casa del Brasile: momenti che sarebbero valsi una vita intera.
Ma il calcio gira intorno agli episodi, ai palloni colpiti più o meno bene. A tentativi maldestri di pallonetto. Ad occasioni che risognerai per anni. O forse nemmeno sognerai: ci penserai e basta. Insonne nel tuo letto, consapevole che un interno destro avrebbe potuto sconvolgere il mondo intero. Ed invece ha mandato soltanto nella desolazione un popolo intero. Il tuo.
Perché poteva essere l’apoteosi ed invece scopri che un’occasione così, nella tua vita, probabilmente non capiterà mai più. Perché c’è sempre il rovescio della medaglia: e se sali tanto in alto da toccare quasi il cielo con un dito, se caschi, farà davvero male.
Così lo psicodramma passa ai rivali, ai vicini. A chi ti prendeva in giro facendo sette con le dita. A chi cantava di sollevare la coppa a casa tua. Ed il mondiale della disfatta non è più così tremendo e così angosciante.
Perché il calcio è infimo, è bastardo, è serpente. E le grandi gioie sono le disgrazie altrui.

Fonte della foto www.gazzetta.it

(Visited 59 time, 1 visit today)
Share

Dicci la tua

Paolo Serena

Paolo Serena, sociologo e giornalista, toscano doc e fiorentino mezzosangue, è un gran tifoso viola e un fan senza tempo di Riccardo Zampagna.
Ama gli spaghetti alle vongole, il caffellatte con le Gocciole e il sud-est asiatico; odia la Juve.
Diventa fan di Ultras da Tastiera