Carmen-consoli-in-teatro-1024x536Non è passato molto tempo dal mio ultimo concerto di Carmen (stiamo parlando dell’estate scorsa), eppure un abisso divide i due live: laddove a dominare la scena era unicamente la cantantessa, armata della sua ruggente chitarra elettrica (ma senza rinunciare alla mise “segretaria sexy” con gonna e tacco vertiginoso), con arrangiamenti che esaltavano il suo lato rock&blues (non dimenticherò mai un suo live di una decina di anni fa al Metarock a Cascina, con il suo storico gruppo, i Moon dog’s party, a far la vamp con cover di Bessie Smith e Janis Joplin), eccola oggi spalleggiata (egregiamente) da una band ad alto contenuto femminile, che incornicia e impreziosisce le sue canzoni con sonorità spesso evocanti la sua terra, quella “raggiante Catania” che frequentemente appare protagonista nei suoi testi. Testi che sono storie, storie che sono cronaca del suo vissuto, spesso denso di delusioni e sofferenze; e la sua voce, possente anche nei sussurri, ruvida e poi subito dolce, riesce bene nell’intento di trasmettere questo suo turbinio interiore.

È una bambina impertinente Carmen, che sembra al tempo stesso gridare “guarCarmen Consoli Teatro Verdi 30 gennaio 2016datemi, sono qua!”, per poi intimidirsi un attimo dopo da tutti quegli occhi puntati addosso.
Si parte di botto, con un occhio di bue che la blocca al centro del palco, davanti al tendone rosso: solo lei, una chitarra acustica, e il suo pubblico. Finito il secondo pezzo, ecco scoprirsi il resto della band, con una scenografia essenziale e che, nel particolare delle tante piante appese, vuole forse rievocare quell’attaccamento alla terra (natia) proprio della Consoli.

La scaletta non è scontata, tanti i cavalli di battaglia rimasti in scuderia (uno su tutti Blunotte), e più volte ho avuto la sensazione di averla persa di vista per anni, visto il numero di pezzi che non conoscevo. Ma forse è anche giusto così, distaccarsi il più possibile da quello che è stato il concerto del suo tour estivo.
Spiccano per bellezza Non volermi male, Parole di burro (che in genere non amo, ma questa versione la migliora notevolmente), Quello che sento, Ottobre.

IMG-20160131-WA0009Il Verdi è gremito, i “ti amo Carmen” urlati dai palchetti si sprecano, e questo è il 5° sold out di fila del suo tour appena iniziato. Forse, la preferisco “intimamente agguerrita” con la sua chitarra elettrica in mano, che con quella acustica mi sembra quasi un pò limitata, e ogni tanto lancia occhiate al collega chitarrista Massimo Roccaforte quasi come a volergli dire “beato te…”, ma questa è stata forse solo una mia impressione 🙂

Quello che c’è di bello, al di là dei testi nei quali spesso riconoscersi è un attimo, al di là della sua voce, lontanissima dalla “litania” che molti erroneamente le attribuiscono, ascoltando distrattamente un suo disco, è la semplicità che trasuda da ogni cosa: nessuna movenza, né retorica tra un pezzo e l’altrIMG-20160131-WA0027o, né piglio da star, né inutili cambi d’abito o scenografie fastose (un plauso per le luci: bellissime): c’è la musica. E si sente. What else?

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Silvia Nanni

Pisana (atipica, adora Livorno) ma Fiorentina d’adozione, classe ’82 (mentre nasceva la nazionale di calcio esultava per la coppa del mondo), Copywriter e Social Media Manager (bei tempi quando i mestieri erano solo in italiano), ama la musica (canta in un gruppo acustico, i Brac), il teatro (lo fa da 15 anni), Parigi e Firenze, l’odore del basilico, i carciofi e ridere in compagnia.
Adora la musica live, ed è fermamente convinta che un concerto, a prescindere dal genere e dall’artista, valga sempre la pena di essere visto (si, ok, Gigi d’Alessio è un’eccezione).
Stare ferma la spaventa, da sempre. E il tatuaggio Born to run sulla spalla, parla da solo.
Ha da poco un gatto, Alfie. O meglio. da pochi mesi Alfie si prende cura di lei.