La postazione internet del primo piano delle Oblate, quella con gli sgabelli alti, è la parte della biblioteca che preferisco. Sono molte le persone che la abitano per un’oretta al giorno, ma principalmente ne ho incontrato tre tipi: 1) gli ubriaconi dell’Europa dell’est che usano i computer come poggiatesta e che sono lì solo perché gli sgabelli alti fanno tanto bar 2) i senegalesi che usano i computer per guardare le foto su facebook delle loro coetanee e darsi le pacche e sghignazzare indicando certi culoni da paura 3) i nordafricani che usano i computer per ascoltare le loro canzoni dai ritmi travolgenti ad altissimo volume.
Suljeman e io siamo diventati amici nel preciso momento in cui mi ha chiesto dove avevo comprato le cuffie, bellissime, che avevo in testa; e abbiamo consolidato la nostra amicizia quando il giorno dopo è comparso davanti a me con un paio di cuffie quasi uguali alle mie, e mi ha detto “le mie più belle. Queste colore! Tue nere. Schifo.” e io, intimamente risentita, gli ho risposto “Quelle tamarre, ma tamarretamarre. Queste eleganti.”.Le cuffie di Suljeman, come avrà immaginato il lettore, sono blu, blu elettrico. A essere proprio precisi, blu elettricoelettrico, e sono certamente più brutte delle mie.
Non so bene quali siano le dinamiche tra i frequentatori abituali delle postazioni computer, ma Suljeman lo trovo sempre nello stesso posto. Ho pensato che potrebbe esserci una specie di mafia che controlla le postazioni della biblioteca, un vero e proprio business sommerso, Sulejman potrebbe essere il leader di questo giro criminale, visto che quando arriva, sicuro e baldanzoso, salutando tutti con un occhiolino, la sua postazione è sempre libera. Siccome, però, questa non ha intenzione di essere una rubrica d’inchiesta, mi fermo qua ché non voglio rischiare la vita andando contro i poteri forti.
Anche ieri Suljeman è arrivato più o meno alla stessa ora di sempre, ha salutato i suoi amici o conoscenti o fratelli o chissà, ma invece di sedersi nel suo solito posto, si è seduto sulle comode e divoranti poltrone nere che ci sono lì intorno, insospettendo tutti, ché siamo abituati a quella sua regolarità da boss mafioso. Abbiamo alzato la testa e lo abbiamo guardato un po’ perplessi. Sullej aveva con sé una borsa nera. L’ha aperta lentamente, estraendo un oggetto rettangolare grosso più o meno quanto un tavolo da ping pong, forse un po’ meno, che ha mostrato a tutti orgogliosamente, sorridendo e facendo il solito occhiolino.
E’ stato così che, tra gli “oooooh” generali, Suljeman ha presentato al mondo il suo primo personal computer.

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Fatjona Lamce

Fatjona non sa, ma sta imparando.

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Il pisellone