“Not in this lifetime” si chiama ironicamente il tour di quest’anno dei Guns ‘N Roses. La celebre band infatti si era sciolta più di venti anni fa perché il rapporto tra i componenti originali era tesissimo. Addirittura, leggendo l’autobiografia di Duff, si viene a sapere che negli ultimi tempi in tour conducevano vite separate e per spostarsi prenotavano macchine diverse.  

Col passare degli anni (grazie soprattutto alla decisione di risolvere i problemi legati alle dipendenze da alcol e droghe) hanno deciso di mettere i rancori da parte, ricucire i rapporti e annunciare una reunion, della quale ho avuto il piacere di vedere la data del 10 giugno a Imola.

I Guns ‘N Roses hanno un posto speciale nel mio cuore perché mi ricordano la mia prima liceo, quando iniziavo a “disobbedire” in piena fase adolescenziale: le prime forche a scuola, le prime uscite alla scoperta del mondo, le prime sigarette, le prime strimpellate alla chitarra. Iniziava a liberarsi tutta quella particolare energia legata alla passione per la musica rock, che porta a vivere con spensieratezza e fregarsene di tutto come i tuoi idoli. Io e le mie amiche ascoltavamo Appetite for Destruction – il capolavoro dei Guns e l’essenza della loro fase più selvaggia e primordiale – e ci sentivamo le regine del mondo. Li adoravo e sognavo che un giorno anche io avrei suonato come Slash (seh, vabbè).

Molti critici disapprovano la tecnica alla chitarra di Slash, ma a me interessa poco: i Guns sono qualcosa di grezzo, che fa venire voglia di fare festa e darsi alla dissolutezza perché si sentono nella pancia, nella parte più primitiva dell’essere, non nella correttezza delle melodie. Slash mi ha fatto venire la pelle d’oca più di una volta e per me questo conta più dell’oggettiva perfezione musicale.

Parlando del concerto, sinceramente avevo la sensazione che non sarebbero stati granché. Invece non avrei potuto sbagliarmi di più: è vero, Axl non ha più la voce di un tempo, ma ci ha messo tutto se stesso e ha pure cantato November Rain al pianoforte, Slash ci ha deliziato con numerosi assoli compresa la colonna sonora del Padrino, Duff ha cantato “Attitude” e alla fine hanno pure suonato “Black Hole Sun” in omaggio a Chris Cornell. Non si sono risparmiati su niente e hanno dato il massimo.

Mi ha fatto un po’ tenerezza vederli invecchiati, visto che ero abituata alla loro immagine impressa su copertine di cd e vinili. Slash adesso sembra un padre di famiglia, ma ha sempre una grande presenza scenica e la sua esuberanza è rimasta intatta. Di Duff ho seguito le vicende personali attraverso le sue due autobiografie e sono stata felice di vederlo nella sua nuova vita da ripulito dopo anni di eccessi. Duff è infatti il mio preferito della band: sul palco non è estroverso come Slash o “divo” come Axl, bensì più in disparte da tipico bassista, ma la sua silente presenza non è per niente da meno, anzi.

Purtroppo all’appello mancavano Izzy (chitarra) e Steven Adler (batteria), ma mi considero comunque molto fortunata. Dieci anni fa non avrei mai immaginato che si sarebbero riuniti e avrei visto i miei idoli dal vivo, invece è successo proprio in questa vita.

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Elena Sofia Frati

Studentessa di Lingue dell’Università di Firenze, classe 1992, appassionata di musica, cinema, letteratura. “Canto” e “suono” per la gioia dei miei vicini. Interessata alle questioni di genere, amo scrivere ed avere una stanza tutta per me per poterlo fare.