di Paolo Serena

“Quando ti metteranno a sedere, in una grande aula, triste, come a scuola, allora penserai a tutte quelle cose che hai lasciato qui al paese.
Penserai a quello che vedevi dalla finestra, la mattina, quando ti facevi la barba.
Penserai al tuo lavoro, nell’officina, e a come ti divertivi la domenica…”.
(Don Camillo e l’Onorevole Peppone)
“Giro in centro?”.
“No”.
“Match a pallone?”.
“No”.
“Due tiri a canestro?”.
“No”.
“Sfidone alla play?”.
“No”.
“Col Fifa nuovo!”.
“No”.
“Ti lascio prendere la Fiorentina…
Io il Siena e te la Fiorentina.
Io il Poggibonsi e te la Fiorentina…
Ti do un vantaggio di due reti.
Di tre!?
Quattro…?
Gioco senza portiere.
Gioco con i soli mignoli…”.
“Ho detto no”.
“Due penne in motorino?”.
“No”.
“E due penne in bici?”.
Sguardo di odio di risposta.
“Due penne strascicate a casa mia?”.
Una bestemmia strascihata di risposta.

Giuro: pensavo fosse più divertente la vita in Compagnia. Compagnia: quella con la C maiuscola. La Compa.
Ho l’orologio nuovo. Quello analogico, col quadrante enorme, squadrato. Quello che va di moda ora. Me l’hanno regalato. È di marca. Costa uno stonfo. Costa così tanto che, se lo metto in bella mostra, dice mio fratello, posso riuscire a imbroccare anch’io: qualche sgallettata. Qualche sgallettata primina.
Per imbroccare qualche sgallettata primina, devo mettere in bella mostra il mio nuovo orologio, sgargiante, dall’enorme quadrante: così ho provato a metterlo anche sopra il polsino. Come il Tona.
Il Tonarelli è un amico di mio fratello. Il Tonarelli è molto magro, davvero molto magro. E ha i baffi. Ha venticinque anni, i baffi, i gemelli sulla camicia e porta l’orologio sopra il polsino. Il Tonarelli, secondo molti, è brutto, davvero molto brutto. Ma ha tre cose: soldi, un orologio sopra il polsino e una fidanzata clamorosamente gnocca. Tre cose, secondo me, da considerare in quest’ordine consequenziale.
Avendo studiato approfonditamente il rapporto causa/effetto, ecco perché ho deciso di portare l’orologio sopra il polsino: così lo posso guardare sempre, senza nemmeno dover scuotere la manica della camicia e allungare il braccio sinistro. Lo guardo davvero sempre: ma quella lancetta scorre proprio lentamente.
Momenti in Compagnia interminabili. Chiappe atrofizzate.

“Grande Giulio!”.
“Grandissimo Giulione!”.
“Giulioooooo…!!!”.
Sussulto: il pomeriggio decolla.
Come la coda sui viali, il ritardo dell’autobus, la ressa per Pitti Uomo, la rissa in centro il sabato sera, come il peruviano ubriaco di birra, la domenica pomeriggio, alle Cascine: come qualcosa di non premeditato ma inevitabile. Certo. Eccolo: immancabile busta di plastica della farmacia stretta nella mano sinistra e mocassini neri ai piedi. In una sola parola: Giulio.
Giulio era già famoso quando i miei genitori avevano la mia età: adesso è un’istituzione.
Giulio entra in chiesa e parla durante l’omelia, gioca a calcio con i bambini indossando la sua giacca di velluto, si fa beffe dei passanti che non conosce, mimando gesti di scherno: Giulio è una rockstar.
E, come tutte le rockstar che si rispettino, ha i suoi fan. Noi. Tutti in piedi, quando passa: standing ovation. Tutti a chiamarlo e ad osannarlo. Lui è una star e sa di esserlo; accenna un mezzo saluto. E tira a dritto.
Sussulto: un attimo di esaltazione. Già finito. Giulio è già passato: la messa delle 18 lo aspetta.

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