di Paolo Serena

Avevo dodici anni. Avevo dodici anni e un joystyck sempre in mano.
Prime girate da solo sulla Bmx e la scuola media. La scuola media è un posto raccapricciante, specialmente per i ragazzi. Le tue coetanee sono tutte aggraziate, belline, e slanciate. Te hai dei baffetti, il monociglio e il gel in punti poco omogenei sui capelli. Spesso puzzi. Tua madre ti ha regalato una camicia di jeans, agghiacciante: ma, per non deluderla, la indossi. Quattro giorni a settimana. Alternandola con la camicia di
flanella a quadri rossi e blu.
Inizi a puzzare, vesti male, hai degli orribili baffetti, a calcio il mister ti ha convocato solo tre volte nell’ultima stagione, ma c’è una cosa ancora peggiore: frequenti la scuola media.
Alle elementari sei troppo piccolo e alle superiori hai – più o meno – intrapreso la tua strada: in mezzo, alle medie, devi avere fortuna. La fortuna ti accompagnerà nella scelta dei tuoi compagni di classe. Alla scuola media, i tuoi compagni possono variare: dalla più brava della tua classe delle elementari, bionda con i sandali a occhio di bue, al pluribocciato, già fumatore incallito e con una folta peluria sotto le ascelle.
Primi graffiti, bici rubate, auto graffiate e poesie sulla grandiosità degli Uffizi. Classi di venticinque persone e bullismo dilagante. Tua nonna ti sfinisce ancora con il pettine e la divisa da una parte, il tuo compagno di banco ha le punte ossigenate e sa andare sul motorino truccato del fratello.
Alle medie puoi, finalmente, tornare a casa da solo. Zaino enorme sulle spalle e cartellina di plastica in mano: c’era Educazione tecnica. Così, mentre ti trascini stancamente a casa per pranzo, dopo cinque ore di lezione, inizi a fantasticare con il tuo migliore amico: su quando avrai diciassette anni e il mondo sarà migliore. Senza il Bota e i suoi racconti di avventure amorose al giardino; senza la paura di essere preso a cimosate, a ricreazione, dal Bota e dal Cuffo. Senza la Ritrullo, la prof di matematica, che ti ha messo una nota sul diario, da far firmare a casa, perché una volta, soltanto una volta, hai provato a fare il bulletto anche te e hai fischiettato in classe: niente televisione per due settimane. Senza più baffetti e con un motorino. E con una ragazza, magari.
“Ci ritroviamo tutti giorni, verso le quattro. Stiamo sulle panchine, a sedere sulle spalliere: fa fico. Anzi, ci sediamo sulle selle dei nostri motorini. Portiamo qualche ragazza e ogni tanto sfidiamo le altre compagnie. Poi ci diamo dei soprannomi: io sono lo Scianca e te sei… il Grinza!”.

Questo era cinque anni fa. Avevo dodici anni e fantasticavo sulla vita in Compagnia.
Avevo dodici anni e un soprannome scelto a tavolino. Immotivato.
Cinque anni dopo, sono ancora il Grinza: chissà se i soprannomi rimangono per tutta la vita.
Chissà quanto durerà questa vita di eterni pomeriggi al giardino, poche chiacchiere, molte poche ragazze e zero divertimento.
Chissà quanto durerà questo pomeriggio, senza idee rivoluzionarie, mentre guardo il mio nuovo orologio e penso: domani ho anche assemblea a scuola. Non devo studiare, domattina posso anche dormire e riesco soltanto a guardarmi l’orologio.
Chissà se il Lotti avrà anche stasera il coraggio di farmi la stessa domanda. Il Lotti è un vecchio: ha un negozio di alimentari sotto casa mia, lo conosco da sempre.
Un paio di anni fa, il Lotti ha avuto una svolta nella sua vita: dal salutarmi con la frase a effetto “io ti conosco da quando eri piccolo così!”, mimando con le mani una grandezza, forse, più appropriata a un cucciolo di beagle, è passato al domandarmi, ogni volta che mi incontra: “vuoi fare a scambio di età con me?”.
Ogni volta.
Al che, io ci ho anche riflettuto: fosse solo per qualche settimana, ci starei anche.
Non ho una ragazza, non ho un motorino e non ho grandi sussulti emozionali al momento. Probabilmente, passerei dalle partite alla playstation ai match a briscola, dal guardare le ragazze allo scrutare i lavori nei cantieri.
Sarei maggiorenne e potrei scommettere alla Snai.
Le mie interazioni con il vicinato non subirebbero gravi mutamenti. Sicuramente non con Giulio.
Giulio, come dicono alcuni, “non è tutto giusto”.
Giulio adora la sua giacca di velluto. La porta da ottobre a maggio. Nonostante gli sbalzi di temperatura e l’addio delle mezze stagioni. Nonostante la cascata di forfora sulle spalline.
“Studi o lavori? Studi o lavori? Studi o lavori?
Che fai nella vita?
Famiglia? Tutti bene?”.
Giulio ha una capacità unica al mondo: condensa sei domande in pochissimi attimi.
E sempre e solo le solite domande. Nello stesso ordine.
È una mitraglietta di quesiti, attende per quattro secondi netti le risposte, ma non si lascia inchiodare da controdomande.
“Studi o lavori? Studi o lavori? Studi o lavori?”.
Ogni volta: al supermercato, al reparto gastronomia del supermercato, dall’edicolante, dal fruttivendolo, alla fermata del bus, all’incrocio casuale all’angolo, davanti alla Snai.
Ta-ta-ta-ta-ta-ta. E via, verso il calzolaio e oltre.
Mai una volta che sia rimasto quel secondo in più, con chiunque, che ne avrebbe segnato l’esistenza: dovendo rispondere a delle domande.
Altro che non tutto giusto: Giulio è un tipo giusto.
Giulio è un tipo giusto da periferia di città, da palazzoni, da ruote di biciclette lasciate marcire alla rastrelliera. Da Rifredi.
Periferia della città, ambientazione grigia e atmosfere da paese. Perché tutti, qua, si conoscono e si riconoscono. Un paio di saluti, più o meno accennati, e la stessa situazione riproposta, sempre, ancora una volta, come in un grande paese.
“Studi o lavori?”
Al momento studio. Oggi non proprio; domani ho assemblea a scuola. Oggi mi sono dedicato alla Compagnia. Sono stato tutta la giornata al giardino, sulla sella del motorino dello Scianca: ti lascio solo immaginare le emozioni. Poi ho un nuovo orologio, questa sì che è una novità! Guardalo! Visto? Bene.
Domenica c’è la Fiorentina. Con mio Babbo non ho un grande dialogo, ma di Fiorentina parliamo un sacco. Il mi’ Babbo è un tipo ganzo: con me non tanto, ma con gli altri sì. Il mi’ Babbo è una vita che sta a Rifredi. Al mi’ Babbo portano rispetto tutti: non come a un mafioso, ma come a uno di famiglia. Perché qui lo conoscono tutti, da sempre.
Una volta l’ho visto piangere, al mi’babbo.
“Si chiude il bandone!”.
Volevano trasferirlo.
Grigio, cemento, biciclette lasciate marcire alle rastrelliere, pulizia delle strade una volta a settimana e parcheggio impossibile da trovare. Ma poi ho capito: mi sarebbero mancati questo grigio e questo cemento.
“Non farò carriera, farò sempre le stesse cose e non sarò nessuno. Ma nessuno per
chi? Per chi ti conosce appena?
Io voglio essere qualcuno. Ma qualcuno per chi mi considera. Per qualcuno che mi considera davvero”.

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